LA CONTAMINAZIONE CHIMICA SOTTESA DEL MAR JONIO LUCANO

Le acque lucane del Mar Jonio sono torbide e con schiumetta sempre presente. In vari tratti dei 33 km di spiaggia, questa estate, è stato esposto il cartello del divieto di balneazione. Che figura per questa bella Terra e che colpo per i lucani che hanno investito sul turismo marino, ai quali è reso sempre più difficile fare economia per colpa della classe dirigente che governa la Basilicata. Regione che tra fondi europei e bilancio ordinario arriva a gestire circa 4 miliardi di euro, ma non trova “quattro spiccioli” per investire nella depurazione delle sue acque dolci che scaricano a mare. Il divieto di balneazione è per inquinamento da colibacilli fecali, ma il vero pericolo per il turismo su questo bel tratto di costa jonica, interessata da 5 aree protette sul litorale e da un ordine del giorno del governo per l’istituzione di un’area marina protetta, è l’inquinamento chimico. Se migliorare la depurazione delle fogne di 130 comuni, che prevalentemente scaricano nei 5 fiumi lucani che sfociano nel Mar Jonio, sembra essere un progetto un po’ più complesso (il 70% dei comuni lucani ha un depuratore, ma più della metà sono obsoleti e dunque inadeguati), resta però incomprensibile il come e il perché la Regione non attui nemmeno un progetto per monitorare la contaminazione chimica delle nostre acque. Magari partendo dalla depurazione del volume di acque basse che, per dilavamento dei terreni agricoli del Metapontino, confluisce nel mar Jonio attraverso i canali della bonifica e di nove idrovore della Riforma Fondiaria. Le quali scaricano nello Jonio liquidi nerastri che si aggiungono a ciò che riversano in mare i 5 fiumi lucani, soprattutto l’Agri e il Basento, viste le attività industriali ad alto impatto ambientale praticate in Val d’Agri e in Valbasento. A chiacchiere, per Pittella & C., il turismo è una priorità economica del programma regionale, solo che per investimenti nel turismo intendono, evidentemente, i milioni di euro di contributi pubblici spesi per i porti innaturali sullo Jonio, che non mi pare abbiano portato nuova e stabile economia in Basilicata, e i milioni di euro spesi per gli attrattori hollywoodiani e fallimentari, come quello della “Grancia”. Alla quale si sono aggiunte altre sceneggiature costose e “cartonate”, come la rappresentazione dello sbarco dei greci nel «Mito delle origini» nella diga di Senise. Una #GrandeOperaInutile tutta lucana costata più di 4 milioni di euro. Dei quali, ai lucani, sarà restato solo qualche subappalto locale e l’immancabile ruolo di figuranti, gente dal lavoro perennemente instabile e, di conseguenza, politicamente ricattabile.

Vito Petrocelli M5S Senato della Repubblica

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