Il paradosso delle tariffe di laboratorio: il prelievo aumenta ma le prestazioni valgono circa il 30% in meno

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ANISAP Basilicata: «Non è corretto parlare di aumento generalizzato dei costi per il cittadino. Il vero dato è che le tariffe delle prestazioni di laboratorio sono state pesantemente ridotte, mentre i costi di produzione sono aumentati»


Il Presidente ANISAP Basilicata Dott. Roberto Cicchetti

Sul tema dei nuovi tariffari sanitari è necessario fare chiarezza, perché il dato relativo all’aumento del costo del prelievo di sangue venoso rischia di generare una lettura parziale della realtà.

Il prelievo venoso passa da 3,80 a 4,30 euro, ma questo dato, preso isolatamente, non significa che il cittadino stia pagando complessivamente di più per le prestazioni di laboratorio.

Ed è proprio qui che emerge il vero paradosso.

Mentre aumenta il valore attribuito al singolo atto del prelievo, le tariffe delle prestazioni di laboratorio nel loro complesso hanno subito, nel tempo, significativi ribassi, arrivando a una riduzione media di circa il 30% rispetto alle precedenti remunerazioni.

Quindi, se si considera la prestazione nel suo complesso, il cittadino non si trova di fronte a un aumento generalizzato della spesa per la diagnostica di laboratorio: al contrario, il valore tariffario delle prestazioni è stato fortemente ridimensionato.

Un esempio concreto rende immediatamente evidente il paradosso. Se in precedenza, per una ricetta (o più ricette) con otto esami di laboratorio, il cittadino poteva arrivare a pagare un ticket massimo di 36,15 euro, oggi, a seguito della riduzione delle tariffe, il costo complessivo (nella maggior parte dei casi) delle medesime prestazioni si riduce di circa 9 euro per ciascuna ricetta.

A fronte di questo risparmio complessivo, l’aumento del costo del prelievo venoso è di appena 0,50 euro, passando da 3,80 a 4,30 euro.

Il dato, quindi, va letto nella sua interezza: non siamo di fronte a un aumento generalizzato del costo delle prestazioni di laboratorio per il cittadino, ma a una significativa riduzione del valore tariffario complessivo, accompagnata da un aumento di appena 50 centesimi del costo del prelievo.

È questo il vero paradosso: il cittadino può beneficiare di una riduzione del costo complessivo della prestazione, mentre le strutture che devono materialmente erogarla si trovano a sostenere costi di produzione sempre più elevati e a fronteggiare tariffe mediamente inferiori di circa il 30% rispetto alle precedenti.

Da ciò deriva un’ulteriore, importante considerazione: a parità di budget assegnato alle strutture di laboratorio accreditate – budget determinato sulla base di un fabbisogno regionale risalente al 2011 – la riduzione delle tariffe consente alla Regione Basilicata di acquistare un numero di prestazioni significativamente maggiore, nell’ordine di circa il 30% in più.

In altri termini, il taglio tariffario non riduce proporzionalmente la quantità di prestazioni acquistabili dal Servizio sanitario regionale: al contrario, obbliga le strutture di laboratorio accreditate a erogare un numero maggiore di prestazioni per raggiungere il medesimo valore economico del budget assegnato.

Si determina così un effetto che, sotto il profilo strettamente finanziario, produce un vantaggio per il sistema pubblico e per il cittadino, ma trasferisce interamente sulle strutture accreditate il peso della riduzione tariffaria, costringendole a sostenere maggiori volumi di attività a fronte della medesima remunerazione complessiva.

Le strutture, per continuare a garantire il servizio, la qualità e gli standard richiesti, sono quindi costrette a mettere in campo strumenti organizzativi, gestionali e di efficientamento sempre più complessi, nel tentativo di compensare l’erosione della marginalità determinata dalla riduzione delle tariffe.

Il risultato è un sistema nel quale a parità di risorse pubbliche si erogano più prestazioni, il cittadino beneficia di tariffe più basse, mentre le strutture accreditate sostengono il costo economico dell’operazione attraverso l’aumento dei volumi e la necessità di recuperare efficienza.

È una dinamica che può essere sostenibile solo fino a un certo punto, soprattutto considerando che, nello stesso periodo, i costi di personale, reagenti, energia, tecnologie, manutenzione e adempimenti normativi hanno registrato aumenti significativi.

L’ASSURDO: TARIFFE PIÙ BASSE, COSTI DI PRODUZIONE PIÙ ALTI

La questione diventa ancora più evidente se si considera ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni.

Le prestazioni di laboratorio hanno subito due interventi di riduzione tariffaria, con un abbattimento medio delle tariffe che si aggira intorno al 50% rispetto ai valori precedenti del 1996.

Nello stesso periodo, però, i costi necessari per produrre quelle prestazioni hanno seguito una direzione completamente opposta.

Sono aumentati il costo del personale, dei reagenti e delle materie prime, dell’energia, delle apparecchiature, della manutenzione, dei sistemi informatici, della sicurezza, della formazione e degli adempimenti organizzativi e normativi.

È questo il vero nodo che ANISAP Basilicata intende porre all’attenzione della Regione.

Come è possibile che in trent’anni il costo necessario per produrre una prestazione sanitaria sia aumentato in maniera significativa, mentre il valore riconosciuto alla prestazione sia stato ridotto mediamente di circa il 50%?

È questo il dato che dovrebbe essere al centro del dibattito sulla sostenibilità della diagnostica di laboratorio.

NON SI PUÒ CONFONDERE IL COSTO DEL PRELIEVO CON IL VALORE DELLA PRESTAZIONE

«È importante evitare semplificazioni – sottolinea il presidente di ANISAP Basilicata, dott. Roberto Cicchetti –. L’aumento del prelievo da 3,80 a 4,30 euro non può essere utilizzato per sostenere che il cittadino oggi paghi di più per le prestazioni di laboratorio.

Il dato complessivo racconta una realtà diversa: le tariffe delle prestazioni sono state progressivamente ridotte e oggi valgono mediamente circa il 30% in meno rispetto alle precedenti.

Il vero problema è che questo ridimensionamento delle tariffe è avvenuto mentre tutti i principali fattori di produzione hanno registrato aumenti importanti.

Quindi il tema non è soltanto quanto paga il cittadino, ma anche quanto viene riconosciuto a chi deve materialmente garantire quella prestazione e con quali risorse deve continuare a farlo».

UNA CONTRADDIZIONE CHE NON PUÒ ESSERE IGNORATA

La diagnostica di laboratorio è oggi chiamata a garantire standard sempre più elevati di qualità e sicurezza, investimenti tecnologici, personale qualificato, formazione continua, sistemi informatici e adeguamenti organizzativi.

Tutto questo ha un costo.

Eppure, mentre i costi aumentano, il sistema tariffario ha scelto di percorrere la strada opposta, riducendo il valore economico delle prestazioni.

Non si tratta di mettere in discussione la necessità di contenere la spesa sanitaria, ma di chiedersi se sia ancora sostenibile un modello nel quale si continua a comprimere il valore delle prestazioni senza considerare adeguatamente il costo reale necessario per produrle.

ANISAP: «SERVE UN CONFRONTO SULLA SOSTENIBILITÀ REALE»

«Per questo – conclude Cicchetti – chiediamo alla Regione Basilicata di aprire un confronto serio sulla sostenibilità delle tariffe della diagnostica di laboratorio.

Non possiamo continuare a ragionare su valori tariffari determinati anni fa e successivamente ridotti, ignorando l’evoluzione dei costi e degli standard richiesti alle strutture.

Se il costo del personale, dell’energia, dei reagenti, delle tecnologie e della sicurezza aumenta, mentre le tariffe diminuiscono mediamente del 30%, prima o poi il problema della sostenibilità diventa inevitabile.

E quel problema non riguarda soltanto le strutture accreditate: riguarda la capacità dell’intero sistema sanitario regionale di garantire nel tempo una rete di diagnostica capillare, qualificata e accessibile.

Il tema, dunque, non è quanto costa un singolo prelievo.

Il vero tema è quanto vale oggi una prestazione di laboratorio rispetto a quanto costava produrla ieri. E la risposta è paradossale: costa di più produrla, ma il sistema la remunera circa il 50% in meno.

Su questo occorre aprire un confronto, prima che la sostenibilità delle strutture e la qualità dei servizi territoriali diventino un problema per tutti.»

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