La civiltà di una comunità si misura anche dal rispetto che riserva ai propri defunti. E, soprattutto, dalla sensibilità con cui si prende cura dei sentimenti di chi resta.
Ogni volta che mi reco al cimitero di Matera per rendere omaggio ai miei congiunti defunti, torno a casa con alcune riflessioni che, puntualmente, finiscono per condurmi a un confronto con la realtà del nostro Comune.
La prima riguarda l’impostazione architettonica e urbanistica di quel luogo.
Una successione ordinata di edifici in cemento armato, con loculi sostanzialmente uniformi, ampi spazi di circolazione, verde curato, alberature e una distribuzione razionale delle strutture funerarie.
Un’organizzazione che, nella sua sobrietà, sembra voler affermare un principio tanto semplice quanto profondo: davanti alla morte, le differenze sociali perdono gran parte del loro significato.
Colpisce, infatti, la presenza relativamente modesta di edicole funerarie private, peraltro generalmente sobrie, rispetto alla grande quantità di loculi disposti secondo criteri di uniformità.
Una scelta che, almeno nella mia personale interpretazione, richiama una concezione quasi socialisteggiante della morte, nella quale prevale il principio dell’uguaglianza sulla rappresentazione delle differenze economiche e sociali.
E qui il pensiero corre inevitabilmente all’Editto di Saint-Cloud del 1804, emanato in epoca napoleonica, che contribuì a ridisegnare la concezione moderna dei cimiteri, imponendo nuove regole igienico-sanitarie e una diversa organizzazione delle sepolture.
Naturalmente, sarebbe storicamente improprio attribuire a quell’editto una matrice propriamente socialista. Ma è indubbio che la progressiva affermazione di una concezione pubblica, ordinata e tendenzialmente egualitaria degli spazi funerari abbia rappresentato un passaggio importante nella storia della civiltà europea.
E il cimitero di Matera, almeno ai miei occhi, sembra custodire qualcosa di quello spirito.
Non tutto, naturalmente, è perfetto.
Accanto agli ampi spazi, al verde e alla presenza di rubinetti e vaschette per l’acqua destinata ai fiori, ho riscontrato una carenza che considero significativa: la mancanza, almeno nelle aree da me visitate, di servizi igienici pubblici facilmente individuabili e accessibili.
Una lacuna che meriterebbe attenzione, soprattutto pensando alle persone anziane che frequentano il cimitero.
Ma c’è un secondo aspetto, ben più importante, che ogni volta richiama la mia attenzione.
LA POSSIBILITÀ DI RICONGIUNGERE I CONIUGI ANCHE DOPO LA MORTE.
Osservando le lapidi, colpisce la frequenza con cui compaiono, una accanto all’altra, le fotografie di marito e moglie.
Non è soltanto una scelta estetica.
Da quanto ho avuto modo di apprendere, nella gestione cimiteriale materana viene consentito, ricorrendone le condizioni, il trasferimento dei resti mortali o del feretro secondo le procedure previste, per permettere a due coniugi, deceduti in momenti differenti, di riposare in loculi affiancati.
Un’opportunità che considero di straordinaria sensibilità umana.
Perché, se due persone hanno condiviso una vita intera, gioie, sacrifici, figli, speranze e dolori, per quale ragione la burocrazia dovrebbe impedire loro di riposare l’una accanto all’altra?
È una questione che va ben oltre l’organizzazione dei servizi cimiteriali.
È una questione di civiltà.
Ed è una possibilità che mi piacerebbe vedere esaminata e, laddove tecnicamente e giuridicamente praticabile, adottata anche dal Comune di Pisticci.
MA È PROPRIO QUI CHE IL MIO RAGIONAMENTO COMPIE UN SALTO, FORSE PINDARICO, DALL’EDITTO DI SAINT-CLOUD ALLA REALTÀ AMMINISTRATIVA PISTICCESE.
Perché, mentre a Matera mi soffermo a riflettere sulla possibilità di ricongiungere due coniugi dopo la morte, a Pisticci siamo ancora costretti a interrogarci su questioni assai più elementari.
Mi riferisco alla vicenda del bando comunale per l’assegnazione dei suoli destinati alla realizzazione delle edicole funerarie di famiglia.
Una vicenda il cui esito continua a sollevare interrogativi e che merita finalmente una spiegazione pubblica, puntuale e documentata.
Non parliamo di un parcheggio, di un’aiuola o dell’ennesima opera pubblica rimasta incompiuta.
Parliamo del diritto delle famiglie a dare una sistemazione definitiva e dignitosa ai propri cari.
Parliamo di cittadini che attendono di poter realizzare una sepoltura familiare, mentre i loro congiunti riposano ancora in loculi provvisori, in condizioni che non corrispondono alle volontà e alle aspettative dei familiari.
E penso soprattutto a quelle famiglie che hanno conosciuto il dolore più innaturale e devastante: la perdita prematura di un figlio.
A queste persone la pubblica amministrazione dovrebbe riservare non soltanto il rispetto formale delle procedure, ma anche quella sensibilità, quella tempestività e quell’attenzione che distinguono una struttura burocratica da un’istituzione autenticamente al servizio della comunità.
Per questo ritengo doveroso rivolgere pubblicamente alcune domande al Sindaco Domenico Alessandro Albano e al Segretario Generale del Comune di Pisticci, dott. Giuseppe Pandolfi.
CHE FINE HA FATTO IL BANDO PER L’ASSEGNAZIONE DEI SUOLI DESTINATI ALLE EDICOLE FUNERARIE DI FAMIGLIA?
Qual è il suo attuale stato amministrativo?
Quali circostanze hanno impedito di arrivare a una conclusione definitiva?
Quali provvedimenti sono stati adottati e quali ulteriori iniziative si intendono assumere?
E soprattutto:
QUANDO POTRANNO LE FAMIGLIE INTERESSATE DARE FINALMENTE UNA DEGNA E DEFINITIVA SEPOLTURA AI PROPRI CONGIUNTI?
Sono domande alle quali ritengo che l’Amministrazione abbia il dovere morale, prima ancora che politico, di fornire risposte chiare.
Non servono rassicurazioni generiche, né l’ennesimo rinvio a un futuro indefinito.
Servono atti, tempi e responsabilità chiaramente individuate.
Perché una comunità civile non può pretendere di misurare il proprio progresso soltanto attraverso inaugurazioni, manifestazioni e opere pubbliche.
La qualità di un’amministrazione si misura anche, e forse soprattutto, dalla capacità di occuparsi delle questioni che non producono applausi, ma incidono profondamente sulla vita e sui sentimenti delle persone.
La dignità della sepoltura non dovrebbe diventare ostaggio delle inefficienze amministrative.
E così, partendo dall’Editto napoleonico di Saint-Cloud, attraversando i vialetti ordinati del cimitero di Matera, il mio pensiero è tornato inevitabilmente a Pisticci.
Un salto pindarico? Forse.
Ma con un filo conduttore molto preciso: il grado di civiltà di una comunità non si misura soltanto da come tratta i vivi, ma anche da come custodisce la memoria dei morti e rispetta il dolore di chi sopravvive loro.
E su questo terreno, più che le parole, contano i fatti.
Francesco Di Benedetto
Rinascimento Sociale
Associazione Civico – politico – culturale

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