Vincenzo Tortorelli, segretario generale UIL Basilicata, e Raffaella Triunfo, coordinatrice Pari Opportunità UIL Basilicata
«La gravissima notizia che arriva da Tito, dove una donna di 57 anni è stata trovata morta a seguito di un trauma facciale, ripropone, in attesa che le indagini ricostruiscano con precisione quanto accaduto, l’emergenza della violenza contro le donne e dei femminicidi anche in Basilicata.
Questa estate ci sta mettendo davanti, quasi quotidianamente, a storie terribili di donne uccise. Donne giovani e anziane, mogli, compagne, ex compagne. Colpisce la violenza, talvolta feroce, con cui vengono commessi questi delitti. E colpisce anche lo spazio enorme che queste tragedie stanno occupando nell’informazione, soprattutto televisiva.
Agosto è tradizionalmente un mese nel quale rallentano molte delle attività che normalmente riempiono giornali e telegiornali. La cronaca finisce così per occupare uno spazio ancora maggiore. Ma proprio per questo è necessario interrogarci anche sul modo in cui questi fatti vengono raccontati.
Raccontare è necessario. Informare è indispensabile. Denunciare la violenza contro le donne è una responsabilità civile. Ma indugiare sui particolari più efferati, ricostruire ripetutamente le modalità dell’uccisione, trasformare il dolore in un racconto spettacolare non ci aiuta necessariamente a comprendere.
Forse dovremmo raccontare meno la pietra, il coltello, il sangue e molto di più ciò che viene prima.
Perché prima di molti femminicidi ci sono il possesso, il controllo, la gelosia trasformata in ossessione, l’incapacità di accettare la libertà di una donna e la fine di una relazione. Ci sono talvolta minacce, persecuzioni, violenze precedenti, richieste di aiuto. È lì che una società deve imparare a vedere, riconoscere e intervenire.
E dobbiamo continuare a lavorare ancora più a monte: nell’educazione, nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella cultura delle relazioni. Dobbiamo insegnare, soprattutto alle nuove generazioni, che amare non significa possedere e che nessuna relazione può mettere in discussione la libertà e la dignità di una persona.
Per questo sorprende che, proprio mentre siamo nuovamente costretti a confrontarci con queste tragedie, qualcuno proponga di cancellare il reato di femminicidio. Si può discutere, naturalmente, dell’efficacia delle norme e della loro formulazione giuridica. Ma negare la specificità della violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne, troppo spesso dentro una relazione affettiva o nel momento in cui cercano di uscirne, significa non voler vedere una parte della realtà.
Come UIL continueremo a contrastare la violenza sulle donne nei luoghi di lavoro e nella società, a sostenere prevenzione, protezione e autonomia e a chiedere istituzioni capaci di intervenire prima che sia troppo tardi.
Già dalla fine di settembre partirà la prima edizione di un corso di formazione dedicato alla prevenzione e al contrasto delle molestie e della violenza, alla parità sul lavoro, al linguaggio e allo smantellamento degli stereotipi di genere. Due dei moduli del corso saranno tenuti direttamente dalla Fondazione Giulia Cecchettin.
Perché di fronte a un femminicidio la domanda non può essere soltanto come sia stata uccisa una donna.
La domanda che dovrebbe ossessionarci è un’altra: che cosa avremmo potuto fare prima perché quella donna non venisse uccisa?
È con questo stesso obiettivo che la UIL ha avviato in via sperimentale la “Stanza dell’Ascolto”, uno spazio dedicato all’ascolto e al supporto emotivo di lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, disoccupate e disoccupati che vivono situazioni di disagio personale e professionale.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con la UIL Pari Opportunità Basilicata e l’Associazione AMARTI APS, è nata con l’obiettivo di offrire un luogo protetto e accogliente nel quale trovare consulenza, supporto empatico e strumenti utili per affrontare le difficoltà legate al mondo del lavoro e alla vita personale.
La Stanza dell’Ascolto è una strada che intendiamo proseguire perché è fondamentale creare luoghi dove ascoltare. Ascoltare significa intercettare il disagio, riconoscere i segnali, accompagnare chi chiede aiuto e, quando necessario e, quando necessario, orientare verso i servizi e le strutture competenti.
La prevenzione della violenza passa anche da qui: dalla capacità di non lasciare sole le persone, di costruire una rete e di intervenire prima che il disagio diventi emergenza, prima che la minaccia diventi violenza, prima che sia troppo tardi.
Abbiamo lanciato l’8 luglio scorso la campagna nazionale “Il tuo NO diventa NOI” per combattare la violenza di genere e le discriminazioni sul lavoro. L’iniziativa trasforma i rifiuti individuali in un forte impegno collettivo per sradicare stereotipi e promuovere una cultura di parità.
Obiettivi della Campagna
· Rifiuto della violenza: Superare l’idea del “raptus” per denunciare la violenza come un problema strutturale e culturale.
· Parità sul lavoro: Azzerare le differenze salariali, sociali ed economiche tra donne e uomini.
· Azione collettiva: Trasformare la voce isolata di chi subisce discriminazioni o molestie in una rete di protezione e solidarietà condivisa.–
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