Il panorama mediatico italiano attraversa una fase di profonda trasformazione, segnata da una crisi di mediazione che mette al centro il delicato rapporto tra chi racconta e chi ascolta. Il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione, intitolato significativamente “L’informazione nel mirino” e presentato nella mattinata di martedì 28 aprile, delinea un Paese in cui l’uso dei media appare cristallizzato, ma dove le dinamiche interne alla fruizione dei contenuti rivela-no tensioni inedite tra tecnologia e testimonianza umana. Per i broadcaster, il dato di parten-za è solido: tanto la televisione si conferma il mezzo di informazione più popolare, raggiun-gendo il 93,2% dell’utenza complessiva, quanto la radio ribadisce il proprio ruolo di canale rilevante, con il 78,4% di utenza, trainata soprattutto dall’autoradio e da un crescente interes-se per l’ascolto tramite smartphone.
Dietro questa evidente stabilità va rilevato anche uno slittamento strutturale che vede i media elettronici tradizionali confrontarsi con le nuove forme fruizione. Nell’ultimo anno, infatti, la TV nelle sue forme di produzione e distribuzione tradizionale lineare ha registrato una fles-sione del 3,6%, fermandosi al 79,5%, ma è cresciuta sensibilmente la visione in ambito web TV, che ha raggiunto il 62,0%, e mobile TV, attestatasi al 38,6%.
Questi ultimi, peraltro, sono contesti nei quali sempre più la radiotelevisione tradizionale de-clina tutti o parte dei propri contenuti, così come sono originalmente prodotti o in format adattati alle differenti piattaforme.
Approfondendo la problematica, Censis conferma che la transizione digitale non è priva di incognite per le emittenti. I telegiornali, pur restando un punto di riferimento fondamentale per il 43,9% della popolazione, hanno subito un calo di 3,8 punti percentuali, seguiti da una contrazione simile per i canali all news. Il cuore della sfida per il settore radiotelevisivo ri-siede nella domanda di fiducia di un pubblico sempre più critico e attivo.
Il 59,5% degli italiani dichiara di cercare di evitare i media più diffusi e oltre il 66% verifica attivamente la veridicità delle notizie trasmesse dalle fonti principali, spesso cercando di sco-vare interpretazioni ideologiche sottostanti.
Il rapporto tra i broadcaster e l’innovazione tecnologica trova nell’intelligenza artificiale il tema più dibattuto. Sebbene l’IA offra efficienza e personalizzazione, la maggioranza degli italiani, pari al 61,6%, dichiara apertamente di non sentirsi a proprio agio all’idea di infor-marsi attraverso un mezzo interamente generato da algoritmi.
Questa diffidenza nasce dal timore della disinformazione e dalla convinzione che il gesto giornalistico richieda una “presenza” fisica che nessuna macchina può replicare. Il pubblico non rifiuta la tecnologia in sé, ma chiede che essa rimanga uno strumento supervisionato dall’uomo: il 30,1% accetterebbe contenuti generati dall’IA solo a patto che ci fosse un con-trollo umano finale.
Questo significa che l’identità dei mezzi radiotelevisivi deve continuare a poggiare su volti e voci riconoscibili, che rappresentano la sostanza stessa dell’informazione come forma di prossimità e non solo come flusso di dati.
La frammentazione del pubblico per fasce d’età impone anche una riflessione sulle strategie di distribuzione. Mentre gli over 65 restano ancorati alla logica lineare della comunicazione broadcast, con il 67,4% che utilizza i telegiornali come fonte primaria, i giovani tra i 14 e i 29 anni si orientano verso i social network, includendo ormai reel e video brevi nell’universo dell’informazione.
Per le emittenti, sia radiofoniche sia televisive, la sfida è duplice: presidiare i nuovi linguag-gi digitali senza smarrire quella funzione di testimone e mediatore che il pubblico continua a richiedere con forza.
Per approfondimenti, la sintesi del rapporto Censis è disponibile a questo link.
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