Nel giorno della Festa dei Lavoratori, la Basilicata non può limitarsi a celebrare. Deve ricordare.
Fernando Roma, 35 anni, morto schiacciato da una pressa mentre lavorava a Tito;
il lavoratore agricolo morto nel Materano, in una terra che vive anche della fatica dei campi.
Chi ha perso la vita lungo le strade del lavoro: Antonio, Lucio, Cesare, Felice — vite spezzate tra cantieri, trasferimenti e turni che non ammettono ritorno.
E ancora Singh Jaskaran, Kumar Manoj, Singh Surjit, Singh Harwinder: giovani braccianti, venuti da lontano per costruire un futuro, morti mentre quel lavoro diventava sfruttamento e tragedia.
Nomi diversi, storie diverse.
E accanto a loro ci sono le vittime invisibili del caporalato: uomini e donne costretti a lavorare nei campi senza tutele, senza sicurezza, senza voce.
Un lavoro che troppo spesso non è libertà, ma necessità; non è dignità, ma sopravvivenza.
Ricordarli oggi significa rompere questo silenzio. Significa dire che non esiste lavoro quando non esistono diritti.
E mentre ricordiamo chi ha perso la vita, il pensiero va alle donne lavoratrici, ancora troppo spesso invisibili: donne che tengono insieme lavoro e cura, che subiscono disparità salariali, che faticano ad essere riconosciute per ciò che fanno ogni giorno.
Ricordare questi nomi non è solo memoria.
È responsabilità.
Perché finché il lavoro continuerà a essere insicuro, sfruttato o disuguale, non potremo chiamarlo davvero lavoro.
E finché anche una sola persona uscirà per lavorare senza la certezza di tornare, questa giornata non sarà mai solo una festa.
Tiziana Silletti Autorità Garante Detenuti, Vittime di Reato, Salute e Anziani
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