PISTICCI: 25 aprile. Liberazione del campo di concentramento di Marconia e di Pisticci

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di Giuseppe Coniglio

Il 25 aprile 1945 è la data simbolo della Liberazione italiana dal nazifascismo, in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale, mentre le forze partigiane assunsero il controllo del Nord prima dell’arrivo degli Alleati. Tra l’altro era sciolta, con i tedeschi in fuga, anche la Colonia Confinaria di Pisticci, I.mo Campo di Concentramento di terraferma italiano, da un commando interalleato anglo-americano-canadese-australiano. in cui transitarono dal 1938 circa 17 mila deportati, tra politici irriducibili e avversari del regime (Umberto Terracini, Gustavo Comollo e il principe Filippo Doria Pampylj, primo sindaco di Roma). Gli eventi bellici furono vissuti con grande trepidazione. Il 16 agosto 1944, mentre la processione di S. Rocco faceva rientro in Chiesa, lo scalo ferroviario, dove stazionava una tradotta tedesca, fu mitragliato da un aereo inglese. Il 23 agosto, la notizia dell’arrivo degli alleati costrinse i tedeschi ad abbandonare la postazione di Rione Terravecchia. Il 9 settembre intanto la divisione “Hermann Goering Panzergrenadiere”,  in ritirata, si proponeva, di istituire una postazione sul poggio del Casale, ma alle “Varre”, un autoblindato saltò in aria causando la morte di tre militari. Verso la fine di settembre, trenta soldati anglo-canadesi dell’VIII Corpo d’Armata, misero in fuga i militi della colonia (venne ucciso nel conflitto il milite Antonio Carlo Blancagemma). Tutte queste vicende trovano conferma in alcuni documenti inediti, tra cui il “The Falcon Combat History of the 79 Fighter”. Oltre alle due incursioni di bombardieri alleati sullo Scalo e S. Gaetano, voluti dal Magg. Schoellekop, gli alleati che disponevano anche di un reparto specializzato del SAS, abbattuti alberi e piante, realizzarono un campo militare tra le colline. Da dove la squadra 79th raggiunse il Centro di Pisticci il 23 settembre ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro l’orologio di piazza Municipio, la pompa di benzina e la Croce del Convento. Tuttavia in paese, gli ufficiali alleati ottennero alloggi confortevoli dotati di acqua corrente e luce elettrica. Mentre i Royal Engineers livellarono i solchi lasciati dai tedeschi e ripristinarono la manutenzione dei terreni distrutti nel giro di quarantotto ore. In un documento pubblicato, tratto da Gavin Mortimer, In “The SAS in World War II. An illustrated history, -Osprey Publishing, Oxford, 2011, pag. 124” – si legge che “Nei giorni successivi, lo Squadrone D stabilì il proprio quartier generale a Bernalda e partì poi per Pisticci”. Lungo la strada apparve il primo volto sinistro del fascismo. “Ci siamo imbattuti in un campo con filo spinato tutt’intorno… All’interno c’era un casino infernale, puzzolente con uomini e donne vestiti di stracci. In una baracca c’era una vecchia signora piena di piaghe con solo una coperta sporca per tenerla al caldo. Molti avevano avuto paura di uscire dalle baracche, pensando che fosse uno stratagemma, ma alla fine uscirono. Erano liberi. Tutti volevano disperatamente venire con noi, ma non potevamo prenderli e lasciammo razioni di cibo, sigarette e acqua”. E quella sera stessa, alcun internati di origini slave e l’ufficiale dei paracadutisti Zelickoo, uomo intraprendente e coraggioso, dopo aver sabotato di notte, con la complicità di altri confinati, alcuni automezzi , riuscìrono ad organizzare una audace fuga con Antonio Fragasso, docente di lingue straniere. Con mezzi di fortuna e percorrendo tratti a piedi, riuscirono a raggiungere il Comando Militare Alleato di Taranto ed a riferire al generale Stholf dello stato di confusione che regnava nella colonia. Intanto il Reparto Autonomo della Milizia della Bonifica di Pisticci era stato sciolto e i volontari congedati l’1 novembre 1943 dal Comando di Bari che dispose anche la consegna delle armi. Appena giunti in colonia gli alleati distribuirono biscotti e caramelle, mentre i confinati si radunarono in cortile ed esultando strapparono i gradi agli ufficiali e disarmarono i pochi militi rimasti, ma uno di essi, il pisticcese Antonio Blancagemma, venne colpito durante un estremo tentativo di resistenza.

Alcuni confinati si arruolarono nelle file partigiane, scrivendo bellissime pagine di storia e dando un fulgido esempio di coraggio ed eroismo. Comollo, Gaddi, Diodati, Bertolini, Forini, Visentini, Pescarolo perseguirono anche nella Resistenza quei valori a lungo coltivati e rafforzati a Pisticci, combattendo fianco a fianco ed in prima linea. Giuliano Roiati cadde durante la guerra partigiana; Gino Menconi, bruciato vivo dai nazifascisti, fu insignito di medaglia d’oro della Liberazione; il bolognese Duilio Carparelli cadde eroicamente nella battaglia di Porta Lame; Dario Cagno di Torino fu fucilato alle Molinette; Lino Farina di Sondrio morì combattendo; Tommaso Pontarolo e Paolo Robotti sacrificarono la propria vita negli scontri in Carnia nelle brigate garibaldine.

Altri, non avendo più nè abitazione nè famiglia, rimasero a Pisticci, sposando in qualche caso, donne lucane come Martignoni, Chianta, Bellelli, Roman Lino, Scapecchi, Carella e Malfa. Impossibilitati a raggiungere le loro rispettive città, ancora occupate dai tedeschi, rimasero in colonia per qualche tempo il milanese Gaspare Galante e il romano Corrado Buttaroni, che all’arrivo dei profughi laziali e abbruzzesi furono utilizzati quali responsabili del magazzino viveri. Un fratello del Buttaroni fu tra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Otto, invece, i confinati che non poterono più fare ritorno a casa, perchè deceduti in colonia, per cause naturali, negli ultimi anni: i veneti Oreste Pegoraro, Giovanni Bergamo e Giuseppe Ballarin; i lombardi Achille Mauri e Federico Scussel; lo scaricatore di porto di Firenze Ezio Bellini, che era stato condannato a cinque anni di confino; Italo Belardi di Genzano, uomo buono e generoso, al quale è intitolata una sezione comunista del suo paese, morto il 7 maggio 1943 pochi mesi prima della Liberazione; il 62enne verniciatore romano Guido Orsolini, proveniente da Montalbano e gravemente ammalato da tempo, tanto da non poter essere trasferito nemmeno in ospedale. Quintino Di Lorenzo, a cui era stata commutata la pena in ammonizione, muore invece in ospedale per un attacco di cuore. Il campo di concentramento fu affidato poi alla giurisdizione di guardie italiane e americane..

Per la storia di Marconia si apriva un nuovo capitolo.

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