Polimedica e gli ospedali del Vulture Melfese non devono rimanere soli in questa battaglia per il diritto alla salute

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La politica, tutta, dimostri di esistere e si unisca con fermezza ai cittadini e alle strutture sanitarie per difendere questo territorio.

L’emergenza sanitaria colpisce le strutture, i suoi lavoratori, i pazienti che usufruiscono delle prestazioni e, di conseguenza, interi territori. Territori che spesso sono già di per sé sempre più marginali, periferici, depauperati di beni e servizi che dovrebbero essere essenziali per la vita dei loro cittadini. È il caso del Vulture-Melfese Alto Bradano, un’area che anno dopo anno sta subendo le catastrofiche conseguenze di scelte e decisioni scellerate, che rendono questo territorio sempre più “invivibile”. L’impoverimento di un territorio che racchiude diversi importanti comuni al suo interno è evidente ed è alla luce del sole. A partire proprio dalla sanità. Il decadimento dell’ospedale di Melfi è un esempio lampante di quanto questa zona stia patendo negli ultimi anni. E non di certo la situazione del Crob di Rionero in Vulture o dell’ospedale di Venosa può ritenersi migliore. Ma le tematiche che evidenziano questa depressione del territorio sono tante e sono sempre maggiori. Si pensi al tribunale di Melfi che non esiste più, ad esempio. Oppure, rimanendo attualissimi, non si può fare a meno di guardare con preoccupazione alla crisi occupazionale legata all’indotto Stellantis. 

Sono problemi noti a tutti, perché coinvolgono tutti. Non sono una novità ma una tragica realtà. È questo il motivo che dovrebbe spingere tutti ad essere partecipi nell’unire le forze per provare quantomeno a moderare i danni di tutto ciò. Le grandi problematiche descritte, tra cui la crisi delle strutture sanitarie, dovrebbero legare ancora di più i cittadini dei comuni di quest’area, per provare a creare un fronte coeso e forte. In quest’ottica, diventa molto importante il coinvolgimento delle amministrazioni comunali (come è già avvenuto in passato con la manifestazione per il diritto alla salute, avvenuta a Melfi lo scorso 16 settembre) e anche delle diverse associazioni presenti sul territorio che, per motivi e obiettivi diversi, rappresentano tanti cittadini.

È ormai palese che si tratta di una questione strutturale, non si può vivere passando di emergenza in emergenza. Bisogna garantire le basi affinché da subito e per gli anni futuri le persone che vivono e vivranno in questo territorio abbiano i servizi a cui hanno diritto, in primis quello alla salute e al lavoro. Ricordiamo che questa è un’area la cui ubicazione è strategica e potrebbe benissimo diventare attrattiva per i cittadini delle altre regioni, sia da un punto di vista sanitario che turistico e produttivo. Siamo la porta principale della Basilicata.

È impensabile che per potersi curare tramite il SSN i cittadini debbano spostarsi fuori regione, con la presenza di tanti ospedali e di un poliambulatorio come quello di Polimedica. Eppure questa è la realtà e ogni anno è sempre peggio: e alla fine chi paga il conto è sempre il cittadino, sia in termini di salute che in termini economici.

È paradossale che, con i ritardi nelle diagnosi e nelle cure, che caratterizzano la situazione attuale, e con i fondi, che pur ci sono, si rimanga immobili e in silenzio, spettatori passivi dei disastri provocati dalla malaburocrazia. Alla fine la Regione Basilicata pagherà comunque il prezzo (per i cittadini che avranno la possibilità di curarsi in altre regioni, mentre chi non ha questa possibilità o pagherà tutto di tasca propria, oppure si dovrà affidare alle preghiere), quando si potrebbe fare in modo che i fondi vengano utilizzati in loco, a beneficio di cittadini e di tutta la qualità del nostro comparto sanitario. Ci sono le risorse economiche non solo regionali, ma anche ulteriori risorse appositamente stanziate dal governo nazionale, ma che rischiano di andare perse a causa della malaburocrazia. Parliamo di fondi destinati a ridurre le attese per prestazioni fondamentali e salva vita, erogate negli ospedali e nei centri accreditati, di visite ed esami di primo e secondo livello, in ambito cardiologico, oncologico, diabetologico, pneumologico, oculistico ecc. 

Strutture come Polimedica e gli ospedali di questo territorio, nonostante le scarse risorse a disposizione, se paragonate alle reali necessità dell’area, sono riusciti veramente a fare tantissimo, fornendo un contributo decisivo per non far precipitare la situazione già grave del nostro SSR. Ulteriori tagli, la mancata pianificazione fatta sulle reali esigenze di salute dei cittadini, e la mancanza di protocolli ufficiali di collaborazione fra i vari attori sanitari, rischiano a breve di far precipitare una situazione di per sé già critica.

Attualmente si rischia non solo che da oggi a fine anno si verrà a creare un blocco delle prestazioni, ma che sarà così anche per gli anni venturi. Se fino ad adesso siamo riusciti ad alleggerire, in parte, il carico degli ospedali per tutte quelle prestazioni che si possono svolgere in ambito ambulatoriale, questo non sarà più possibile e le liste di attesa scoppieranno oltremodo. La questione è strutturale. Adesso tutto si regge sulla buona volontà, la coscienza ed intraprendenza individuale degli operatori sanitari che, in mancanza di intese di collaborazione ufficiali e di un’oculata programmazione, cercano comunque di collaborare per il bene dei pazienti.

La settimana scorsa eravamo assieme a Potenza, noi lavoratori di un centro accreditato e i lavoratori del SSR, perché siamo tutti sulla stessa barca e il grido di allarme è unico, lanciato dai sindacati e da tutti i lavoratori del comparto. Perché coloro che lavorano in questo settore sono la prima sentinella, i primi a cogliere il disastro a cui stiamo andando incontro e a raccogliere il grave disagio dei cittadini. Ma (ahinoi!) non siamo sufficientemente ascoltati.

Si tratta di un grido di allarme ancor più cogente nel nostro territorio, per i motivi enunciati all’inizio, e che dovrebbe essere immediatamente raccolto da tutte le forze politiche che agiscono sia a livello locale che regionale, per stare col fiato sul collo e far sentire la propria voce ai decisori politici e ai burocrati, una voce forte delle reali necessità dei cittadini e del territorio che si vorrebbe rappresentare.

Essere uniti e compatti può risultare l’unica arma vincente per difendere qualcosa che si vuole proteggere da chi ha altri interessi che non riguardano di certo il bene comune. Lottare insieme per la tutela di un territorio importante, che avrebbe tanto da offrire, che potrebbe, volendo, garantire un benessere diffuso per tutti, deve essere un obiettivo collettivo e condiviso. Il Vulture-Melfese non deve essere depauperato di ciò che si è conquistato con il sudore dei suoi cittadini e non deve essere abbandonato da chi crede che qui non possa esserci un futuro. Deve invece essere difeso da chi lo ama e da chi vuole viverci.

Urge sempre più che questi temi ed istanze entrino con maggiore forza e quotidianamente all’interno delle agende della politica. Serve un dibattito pubblico e trasparente, tutti devono sapere che una volta intrapresa questa pericolosa china difficilmente poi si potrà tornare indietro. Chiederemo ai consiglieri comunali di Melfi un consiglio aperto a tutta la cittadinanza, serve un’unica voce che si levi alta in difesa di questo territorio e dei suoi cittadini. Serve che la politica batta un colpo e faccia sapere le sue intenzioni, da che parte sta e se è in grado di adempiere alle proprie funzioni più nobili. Servono azioni decise e rapide, perché non c’è più tempo. Gli ospedali, Polimedica, tutti gli operatori sanitari e i cittadini, non possono rimanere soli in questa lotta che riguarda non solo l’emergenza sanitaria attuale, ma il futuro di questo territorio e quello dei nostri figli. Noi operatori sanitari e cittadini non ci arrenderemo mai e vogliamo sapere se la politica è con noi o meno, non solo a parole, e cosa sta facendo e vuole fare per uscire da questo baratro.

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