Il segno di Medea. Il lato oscuro della genitorialità”. Saggio a quattro mani della professoressa Liliana Dell’Osso

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Dopo un anno dall’uscita di “Elena e le altre. Il lato oscuro della seduzione”, la professoressa Liliana Dell’Osso (direttore dell’Unità operativa di Psichiatria dell’Aoup), lucana (di Bernalda) e Lucana Insigne 2021, in collaborazione con lo psichiatra Primo Lorenzi, torna al mito in un viaggio nel lato oscuro della genitorialità con la figura di Medea come costante punto di riferimento.
Nel nuovo saggio, in arrivo nelle librerie, il problema dell’infanticidio viene affrontato con occhio essenzialmente clinico ed antropologico, per approdare alla cosiddetta Sindrome di Medea, in cui l’infanticidio si inserisce nell’ambito di una serrata dialettica di coppia ove uno dei due membri colpisce, attraverso i figli, il partner contro il quale nutre un irriducibile sentimento di rivalsa. Il fenomeno non è limitato al genere femminile, come l’attribuzione a Medea potrebbe far pensare. Non sono infrequenti, infatti, i casi in cui il ruolo di Medea (il ruolo del genitore assassino) è assunto da un uomo.
Nella Sindrome, la rivalsa (la vendetta) per un torto subito nei confronti del partner è il primo e più importante elemento motivazionale. Ad esso bisogna aggiungere un altro fattore causale a carico del genitore omicida (uomo o donna che sia), individuabile nella aspirazione a cancellare, attraverso l’eliminazione dei figli, la propria identità di coniuge e di genitore, così da poter riacquistare la precedente potenza relazionale, non ancora imbrigliata nei lacci della coniugalità e della genitorialità. Eliminando i figli si cerca di dar corpo alla fantasia onnipotente di poter rimettere indietro la ruota del tempo, verso un miraggio di vita in cui si possano dare azioni senza conseguenze, ma capaci di vivere solo del loro compimento, senza responsabilità. Una fantasia (che si traduce talora in tragica realtà) sostenuta da una logica primitiva in cui la separazione fra mondo dei desideri e realtà non appare ben definita. E, se mai, lo è a tutto vantaggio del mondo dei desideri.
La discussione sulla Sindrome di Medea permette di allargare l’osservazione ad un ambito, ad essa strettamente connesso, su cui oggi esiste un dibattito serrato sia a livello clinico che forense: quello sulla discussa Sindrome da Alienazione Genitoriale. Essa, secondo gli autori, si presterebbe ad essere considerata come una forma attenuata di Sindrome di Medea. Sono infatti sovrapponibili sia le dinamiche relazionali che la struttura personologica che vi stanno a monte, la diversità dirimente finendo per essere in sostanza “solo” l’assenza dell’infanticidio. Ma, anche se non si arriva all’agito estremo, resta l’uso strumentale del figlio all’interno di una dinamica relazionale particolarmente torbida con, intrinseca, la sempre possibile “accelerazione” verso l’esito più drammatico. E soprattutto, si traduce sempre in un comportamento di abuso infantile denso di conseguenze, capace comunque di mettere a rischio la salute fisica e psichica e la qualità della vita dei figli.
Viene posta, infine, l’attenzione su quel particolare aspetto della dinamica genitoriale, sia maschile che femminile, che vede nei figli delle pure estroflessioni egoiche: dei veri e propri oggetti narcisistici a cui è difficile dare un pieno attributo di alterità. Su questa torbidità di legame si innescano sia gli atti più nobili della genitorialità (l’amore filiale) che quelli più esecrandi. L’ipotesi è che a monte di tutto ciò vi sia una sostanziale immaturità emozionale che, fra le altre cose, si articola nell’irrealistica percezione che il nastro del tempo si possa svolgere anche a ritroso. Si indica in tale assetto interiore il punto di partenza per percorsi che possono portare anche agli esiti più drammatici, sottolineando come, almeno a livello di fantasie, sia un vissuto molto diffuso.
Il saggio è corredato da molti casi clinici tratti dalla casistica clinica e peritale degli autori, oltreché dai fatti che la cronaca sovente propone e che molto colpiscono l’opinione pubblica. Tutto viene ricondotto alla polisemanticità del mito di Medea con ampi riferimenti alle sue molte traduzioni letterarie, “convinti come siamo – concludono gli autori – che, nel mito, si siano condensate osservazioni raccolte nei secoli dalla saggezza antica e che ad esse debbano fare costante riferimento coloro che cercano di approfondire la conoscenza dell’animo umano: dai letterati ai medici della mente

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