Obiettori di coscienza: ancora troppi diritti negati in Basilicata

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Venti misogini e passatisti spirano da Oltreoceano e, a quanto pare, soffiano anche sulla nostra Basilicata.

La sentenza della Corte Suprema americana − che ha ribaltato la Sentenza Roe v Wade del 1973, che, facendo scuola, ha affermato la liceità dell’aborto sulla base del diritto alla privacy (come ricordato dal Presidente della Consulta di Bioetica Onlus, Maurizio Mori) − ha riacceso le preoccupazioni su un tema, quello dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne, ancora e scandalosamente controverso.

La triste vicenda americana insegna che, purtroppo, sulla strada dei diritti è possibile fare retromarcia. Pertanto è un dovere mantenere alta la guardia e continuare, giorno dopo giorno, a difendere i traguardi faticosamente raggiunti.

Il corpo della donna è ancora troppo spesso violato, strumentalizzato e oggetto di una politica maschilista e patriarcale che sistematicamente calpesta o condiziona il potere di autodeterminazione delle donne.

Anche in Basilicata, purtroppo, alcuni numeri, come quelli relativi ai medici obiettori di coscienza, non fotografano una situazione rosea.

Pare infatti che nella nostra regione l’88% dei medici rifiuti di compiere qualsiasi atto, anche solo marginale, che possa concorrere a una interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Se questi numeri fossero confermati, significherebbe che una certa percentuale di donne per vedere garantito il proprio diritto all’aborto − tutelato dalla legge 194/78 − sarebbe costretta a spostarsi dalla propria provincia di residenza, a causa dei tempi di attesa troppo lunghi.

Una eccessiva dilazione dei tempi che, alle volte, determinando il superamento dei 90 giorni per abortire previsti dalla legge, costringe le coppie ad emigrare all’estero per vedere riconosciuto un diritto che, in Italia, è ammesso dalla legge, ma spesso tradito nella pratica.

Il grande paradosso è infatti questo: da un lato, la legge italiana garantisce il diritto all’aborto; dall’altro, nella pratica medica, questo diritto viene sistematicamente azzoppato. 

Sul tema mi ero già attivata nel 2020 quando, cogliendo la denuncia del Collettivo Donne Matera, avevo invocato una mobilitazione da parte di tutte le Istituzioni lucane affinché intervenissero sull’impossibilità di effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza presso l’ospedale di Matera

Nelle ultime ore, invece, ho presentato un’interrogazione al Presidente della Giunta Regionale e all’Assessore Regionale competente per conoscere il numero dei medici non obiettori di coscienza che operano presso le strutture del servizio sanitario pubblico e, dunque, per capire se, di fatto, e non solo in linea di principio, in Basilicata vengano o meno garantiti i diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

A scanso di equivoci, ciascuna donna è padrona del proprio corpo, ma perché questo sacrosanto diritto all’autodeterminazione si traduca in realtà, la politica deve fare la sua parte. E io ho chiesto a questa maggioranza di attivarsi immediatamente per verificare la situazione ed, eventualmente, di intervenire al fine di mettere tutte le donne in condizione di accedere, di fatto, a un loro diritto.

Carmela Carlucci

Consigliera Regionale M5s Basilicata

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