Far diventare il Marocco da Paese importatore a Paese esportatore di energia.

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E’ la sfida del Re Muhammad VI che intende far ricorso a tutte le risorse del grande Paese africano per rispondere a due esigenze, parimenti importanti.

La prima è la crescente domanda interna che posiziona il Marocco fra le economie a più alta crescita fra quelli della zona sahariana, grazie agli investimenti che nel corso degli anni hanno consentito alle imprese di migliorare in competitività e che oggi richiedono energia, possibilmente a basso costo.

La seconda sfida è affrancarsi sempre più dai Paesi tradizionalmente punto di riferimento per l’acquisto di fonti energetiche, Algeria in primis.

La “crisi del GME”, in questo senso, è stata un acceleratore nelle decisioni del Re Muhammad VI.

Il gasdotto Maghreb-Europe (GME, appunto), in funzione dal 1996 e gestito dalla società di Stato algerina  Sonatrach, pompa gas naturale dall’Algeria alla Spagna lungo 1300 km. di tubazioni di cui 540 chilometri passano per il territorio del Marocco. Quest’ultimo riceveva – come compensazione per i diritti di passaggio- un rimborso in parte in denaro e in parte in natura, sotto forma di gas algerino. Dal 31 ottobre scorso, però, l’Algeria ha deciso di non rinnovare l’accordo con il Marocco: una decisione azzardata che rischia di aggravare la crisi fra i due Paesi confinanti ma soprattutto in un quadro geopolitico più ampio, con il Regno del Marocco sempre più vicino agli USA e allo Stato di Israele che consentirebbero di farlo diventare il più importante “partner” economico e commerciale dell’area.

Fra l’altro la decisione algerina non ha, ovviamente, lasciato indifferente la Spagna, dipendente per quasi la metà del fabbisogno interno proprio dal gas africano. La “crisi del GME”, cioè, farebbe aumentare i costi del gas verso la Spagna perché la Sonatrach sarebbe costretta a trasportare via nave il gas naturale liquefatto verso il Paese iberico, con un aggravio di spese; questo laddove il Marocco dicesse “stop” al passaggio del gas dal proprio suolo, rinunciando, però, ad una somma fra i 50 ed i 200 milioni di euro di indennizzi annui nonché ad una parte importante del proprio fabbisogno energetico. Il ministero dell’Energia del Marocco ha avviato il Piano Nazionale per lo sviluppo

del gas naturale che include l’approntamento di un quadro normativo di regolamentazione del settore, l’istituzione di un gestore della rete di trasporto e distribuzione e

la valutazione della domanda interna che rende il mercato marocchino maturo e quindi giudica come  redditizio lo sfruttamento delle risorse interne come, ad esempio, i giacimenti di Tendrara e Anchois, che si prevede diventino operativi entro due anni, ricche – secondo le ultime stime – di circa 19 miliardi di metri cubi di gas. Uno sfruttamento delle risorse interne che si affianca all’ambizioso progetto di far arrivare altro gas dalla Nigeria attraverso il gasdotto i cui lavori sono stati annunciati già nel 2016: l’opera dovrebbe richiedere 25 anni di lavori, 25 miliardi di dollari di investimento, 5660 chilometri, 11 paesi dell’Africa occidentale attraversati.

La stabilità politica e la crescita economica del Marocco nonché il crescente peso geopolitico nell’area con i già citati rapporti strategici con Stati Uniti e Israele,  costituiscono, dunque, le carte vincenti perché il Regno di Muhammad VI diventi un vero e proprio “hub” energetico se non alternativo almeno complementare all’Algeria al quale farebbero riferimento i Paesi con le maggiori produzioni energetiche, come appunto la Nigeria, per portare il proprio gas in Europa.

Foto: l’Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia, Youssef Bell (a destra) con Vincenzo Abbinante, Console Onorario del Regno del Marocco. 

Mary Padula

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