Diocesi di Matera-Irsina: Omelia della Notte di Natale e del giorno di Natale di Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo

Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo
Arcivescovo di Matera – Irsina

OMELIA DELLA NOTTE DI NATALE
24.12.2021

S. Natale a tutti

Lo diciamo anche a quanti ci seguono attraverso i diversi canali televisivi: celebriamo la nascita di Gesù. Dio che da Creatore si è fatto creatura, come noi. Il Signore è davvero con noi!

In questo lungo tempo di pandemia forse ci siamo abituati a guardare più che a partecipare all’Eucaristia. Le restrizioni governative hanno indotto molti fedeli a seguire le cerimonie eucaristiche da casa.
Questo ci dice come la pandemia abbia stravolto la nostra vita. E’ sicuramente cambiato il nostro modo di stare insieme e di relazionarci. Se prima solo la scuola si era “convertita” per necessità diventando “online” e non in presenza, man mano tutto è diventato “online”, compresa la celebrazione della S. Messa.
Siamo riconoscenti alla tecnologia che ci ha permesso di rimanere uniti e collegati tra noi nel momento della necessità, però ne riconosciamo i limiti. E’ diventata abitudine? Sta diventando prassi? Se così fosse bisogna ricorrere ai ripari.
Il bisogno d’incontrarsi e stare insieme fisicamente non può essere solo in alcuni ambienti. Si avverte la necessità di guardarsi negli occhi, di toccarsi, parlarsi dal vivo.
E’ bisogno di vita, bisogno che ci rimanda verso Dio e ci fa cogliere ancor meglio il suo venire in mezzo a noi, per stare con noi e vivere in noi.
Lui stesso, facendosi carne nel ventre di Maria, da Parola “online” si è fatto vicino ad ognuno di noi per farci sentire la sua presenza, manifestarci il suo amore, aiutarci ad uscire dalla paura ed aprirci fiduciosi alla speranza.
Gesù ha scelto di stare ed essere in “presenza” allora a Betlemme, oggi nelle nuove Betlemme dove viviamo e abitiamo.
E’ bello rileggere la storia che Dio fa con noi uomini. Da Creatore, da Parola viva ed efficace, da Parola per mezzo di Profeti e uomini e donne da lui scelti, ha voluto farsi in tutto simile alle sue creature tranne che nel peccato, annullando ogni distanza tra cielo e terra e senza più bisogno di uomini che facessero da “ripetitori”, da “antenne paraboliche”, da “satelliti”.
Il Dio di Gesù Cristo ha annullato la distanza enorme che cogliamo questa notte tra Cesare e i pastori di Betlemme, in una regione così lontana dal centro del potere romano. A noi “pastori novelli” si fa vedere, toccare, amare, adorare esattamente “oggi”.
Quell’ “oggi” di cui parla il vangelo esprime che proprio “oggi”, in questa notte, in questi tempi, Dio è davvero accanto a noi, davanti a noi, per stare e camminare con noi. Dunque è esattamente un Dio “in presenza”.
Questa notte viene illuminata dalla presenza divina nella dolcezza di un bambino appena nato, nel suo pianto che risuona nel nostro mondo, nel suo sorriso che incontra quello amorevole di sua Madre dal cui seno succhia il latte, inizio del nutrimento terreno, nei movimenti di un piccolo corpo, contento di sentire la bellezza dell’amore, il calore che lo circonda.
Questa notte viene illuminata e illumina quanti riconoscono quel bambino quale artefice dell’unione tra i cuori gioiosi di sua Madre, Maria, e del padre putativo, Giuseppe, nell’armonia di un modello di vita matrimoniale che mostra il suo vero volto proprio perché il Dio che si è fatto come noi fortifica l’amore coniugale e fa crescere nell’armonia familiare.
Questa notte i pastori sanno godere nel trasformare la loro veglia per le greggi in adorazione del Dio Bambino, per poi ritornare al loro consueto lavoro con maggiore determinazione e con la consapevolezza di non essere più soli.
Anche noi, come i pastori, nella notte ancora buia e senza fine, a causa della pandemia, siamo qui riuniti “offline”, in presenza. Come i pastori di Betlemme, abbiamo lasciato i recinti e le nostre sicurezze per venire in questa bella capanna, qual è la cattedrale, resa ancora più bella e ricca dalla bellezza e ricchezza che Dio, incarnandosi e nascendo da Maria Vergine e stando in mezzo a noi, ci manifesta.
I Pastori in quella notte arrivarono poveri davanti alla grotta di Betlemme, rientrando verso i loro ovili più ricchi: ricchi di Dio, della sua luce, del suo amore infinito.
Anche a noi come ai pastori, dopo aver deposto la miseria del nostro peccato, aver ascoltato la voce di Dio che ci ha parlato, si manifesta in tutto il suo splendore sull’altare nel pane eucaristico, che fra poco riceveremo, come nutrimento di vita eterna per essere una cosa sola con Dio che si rende visibile e reale in un pezzetto di pane e in un sorso di vino.
Questo è il vero Natale, quello di Gesù! E purtroppo spesso anche noi cristiani ci lasciamo confondere da quella che viene definita la “magia del Natale”. E’ quanto una certa pubblicità rappresenta pur di vendere il proprio prodotto, nell’adorazione del “dio denaro”.
“Torniamo al gusto del pane”, per essere Chiesa in cammino, Chiesa Eucaristica capace di adorare e di nutrirsi del Dio che si è fatto carne in Gesù. Sfuggiamo la tentazione della “magia” che viene creata e che dura un istante, un effimero istante e tutto ritorna esattamente come prima.
Il Natale di Gesù non è “magia” ma evento storico che proprio “oggi”, in “questa notte” cambia la vita di chi si lascia stupire, irradiare dalla sua luce e che ci fa ritrovare figli, ma soprattutto figli amati da colui che ci ha creati.
“Torniamo al gusto del pane”, vincendo la tentazione di continuare a seguire la celebrazione eucaristica rimanendo davanti al televisore. Non mi nutro se vedo gli altri mangiare in un film o durante la pubblicità. Non mi nutro se non partecipo direttamente alla celebrazione eucaristica: “Beati gli invitati al banchetto dell’Agnello”.
“Torniamo al gusto del pane”. L’Eucaristia che stiamo celebrando ci rimanda esattamente a quell’inizio in cui Dio, prendendo carne da quella di Maria, si è mostrato per essere cibo di vita eterna. L’Eucaristia è l’oggi di Dio che nasce e si dona a noi. Se non c’è Eucaristia non ci potrà essere nemmeno il Natale di Gesù. Sarà un’occasione per far festa, ritrovarsi attorno ad un tavolo per un pranzo solenne o un cenone, giocare insieme e divertirsi, ma senza Eucaristia non sarà mai la festa del Natale di Gesù.
“Torniamo al gusto del pane” per poter far nostro il contenuto di un’antica e bella preghiera eucaristica che dice: «Ave vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo, dal cui fianco squarciato, sgorgarono acqua e sangue; fa’ che noi possiamo gustarti, nella prova suprema della morte. O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria: pietà di me. Amen». Il profumo del pane che soprattutto nei vicinati dei Sassi si sentiva, inebriando anche le case di chi non aveva impastato e infornato, ritorni ad essere sentito in quello eucaristico perché sia desiderato anche da coloro che, pur non ricevendolo, lo avvertono attraverso noi.
“Torniamo al gusto del pane” per non spegnere la speranza verso il futuro. Questo è possibile solo se saremo capaci di ritornare all’esperienza passata. Stiamo correndo il rischio di cancellare la memoria. Il vero virus che circola indisturbato, infettando cuori e menti, è l’Alzheimer che conduce alla morte della memoria. Voler continuare a cancellare ogni radice cristiana o riferimento alla cultura religiosa del cristianesimo, in un’Europa che dice di essere attenta al rispetto delle minoranze, significa rimuovere il nostro passato a favore di una visione superficiale della storia.
“Torniamo al gusto del pane” per ritornare alla sapienza che a Betlemme in Giudea si è mostrata, e oggi, nelle nostre Betlemme continua ad essere luce. Se è vero che il termine “sapienza” deriva dal latino “sapere”, che letteralmente significa “avere sapore”, “ritrovare il gusto”, allora ritorniamo alla sapienza cristiana e impediamo che il virus dell’Alzheimer continui a contagiarci. Per curare questo tipo di malattia abbiamo bisogno del vaccino dell’amore eucaristico che diventa carne nella nostra carne, sangue nel nostro sangue.
S. Natale a tutti.

✠ Don Pino

Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo
Arcivescovo di Matera – Irsina

OMELIA GIORNO DI NATALE
25.12.2021

Carissimi,
è un giorno di luce quello che stiamo celebrando. E’ il Natale del Signore. Riuniti, siamo invitati ad aprire gli occhi e contemplare questa grande luce, Gesù, per uscire dalle tenebre del momento presente e adorare la vita divina che ha assunto la nostra umanità.
Abbiamo bisogno di luce che illumini la mente, capace di riscaldare il cuore per contemplare, sull’esempio di Maria e Giuseppe, quel bimbo che, avvolto in povere fasce e deposto in una mangiatoia, irradia la luce riempiendo i vuoti, sanando le ferite, curando le malattie, sostenendoci negli abissi del dolore.
Siamo qui per guardare, contemplare, perché no, commuoverci, di fronte al mistero della vita che in Gesù Bambino si manifesta, avendo avuto inizio in una cellula microscopica e apparentemente insignificante. Lì c’è tutta la vita, il mistero che si svela e che ci proietta verso l’eternità.
Da questa esperienza unica e irripetibile, come è ogni vita, scaturisce la gioia che si moltiplica e che dà senso al vivere tra gli uomini che si cercano per comunicarsi la forza della vita, arricchendosi con la consapevolezza di essere preziosi. Ricchezza che ha colto anche Maria nel sentire formarsi e crescere la vita divina nel suo seno di carne. Ricchezza che ha contemplato Giuseppe nei lunghi silenzi e nei sonni agitati.
Che bella la vita che nasce! Che gioia contemplarla nei vagiti di un bimbo, nei suoi pianti, nei suoi sorrisi, nei suoi movimenti rapidi e allegri! Che tristezza ogni volta che si ripete quel grido soffocato e strappato con violenza dal grembo di madre!
In questo giorno del Natale di Gesù avvertiamo la letizia che diventa allegrezza, capace di contagiarci tutti come virus dell’amore che circola velocemente. Ne abbiamo bisogno in questo momento mentre una nuova ondata di pandemia avanza in modo impressionante.
Più che mai ora è necessario essere più responsabili per non vanificare gli sforzi e i sacrifici fatti in questi anni. Atteggiamenti di ostentata superficialità rifuggono anche dai consigli della Chiesa, gridando a diabolici complotti internazionali.
Al tempo della nascita di Gesù la sua venuta nel mondo passò in sordina. Nessuno ne parlava, tutti erano interessati a ben altre cose. In particolare era stato indetto il censimento e anche Maria e Giuseppe erano in viaggio per farsi censire.
Proviamo a immaginare i discorsi che si facevano lungo la via, nei luoghi di ritrovo: chi era d’accordo con Cesare Augusto, chi lo contestava, chi vedeva nel suo obbligo un abuso che limitava la libertà personale e collettiva, chi avvertiva un regime dittatoriale. E’ esattamente quanto stiamo vivendo in questo tempo segnato dalla pandemia. E’ impossibile non parlarne, in tutti i luoghi, al cellulare o attraverso le mail. Lo si fa a volte con cognizione di causa, a volte a sproposito, condizionati dal caos mediatico delle informazioni.
In questo clima si celebra il Natale del Signore. Tra addobbi che richiamano la tradizione cristiana e altri che si sono aggiunti nel tempo senza avere alcuna attinenza con la nascita di Gesù. Ci sono tante luci che illuminano le nostre case e le nostre strade, musiche che le animano, tutti parliamo del Natale. Mi chiedo: chi sono coloro che parlano della venuta di Gesù tra noi e sentono di fare festa per lui, con lui?
Mi piace leggervi questa storia.
“C’era un bell’albero alto, illuminato, vestito di ogni genere di decorazione tonda, filante, con tante stelle e sotto tanti pacchi colorati… Ma non eri in quell’albero… o forse eri solo un ricordo.

C’era una piazza con una lunga fila di piccoli chioschi con doni, candele, giochi, bevande calde, dolci e gente che rideva e brindava… Ma non eri in quella piazza… o forse solo un’eco lontana.

C’era in una casa una lunga tavolata imbandita di ogni genere di cibi, bevande e dolci, con piatti e bicchieri preziosi, e attorno musica e canti… Ma non eri in quella tavolata… se non forse in disparte.

Vidi anche una chiesa tutta solennemente preparata dove si svolgeva una bella liturgia fatta di canti, preghiere, e alla fine auguri e abbracci…Ma non eri in quella chiesa… o forse troppo nascosto.

… poi dentro una stanza d’ospedale illuminata da un freddo neon, piena di monitor, tubi e macchinari rumorosi, una mano con un guanto di lattice ha stretto per un attimo quella debole di un anziano che disteso su un letto faticava a respirare, senza poter dire nulla con la maschera che gli nascondeva il volto.. E tu eri lì, tutto luminoso e chiaro in quel gesto umano e divino…”
Gesù nasce dove i gesti d’amore si moltiplicano. Lui si è fatto vicino per far sentire il vero gusto della vita, il profumo che inebria il cuore e la mente e ogni luogo abitato da esseri viventi, esattamente come il profumo del pane.
Natale significa “tornare al gusto del vero amore”, fatto di vicinanza, contatto, condivisione del dolore e della gioia, servizio gratuito e disinteressato, dello stare insieme attorno alla stessa mensa e gustare lo stesso pane.
Quel pane che ci rimanda al “pane eucaristico”. Natale significa, allora, “ritornare al gusto del pane”, partecipando all’Eucaristia, la S. Messa, dove la Parola fattasi carne, nel pane e nel vino, è nutrimento di vita eterna. Gesù che si spezza per noi, noi che lo riceviamo che ci spezziamo per condividere oltre gli affetti familiari la stessa festa di Gesù con chi si trova nel bisogno, nella necessità, nel buio, con chi si sente fallito e non ha voglia di vivere.
“Ritornare al gusto del pane” per fasciare ferite e consolare, piangere e asciugare lacrime, gioire e fare festa, perché in tutti rinasca la speranza. E’ esattamente quanto Bonoheffer diceva: «Dio non si vergogna della piccolezza dell’uomo. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, disprezzato. Quando gli uomini dicono: “perduto”, egli dice: “trovato”; quando dicono: “condannato”, egli dice “salvato”; quando gli uomini dicono: “no!”, egli dice “sì!”. Quando gli uomini distolgono il loro sguardo con indifferenza o con alterigia, ecco il suo sguardo ardente di amore come non mai… Quando giungiamo, nella nostra vita, al punto di vergognarci dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio; quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi; quando sentiamo Dio lontano come non mai nella nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come non mai. Allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia».
“Ritornare al gusto del pane” significa prendere coscienza che tutte queste situazioni esistono sempre, non solo il giorno di Natale reclamizzato per vendere un prodotto e farci sentire più buoni. Quanta strumentalizzazione, quanta pubblicità, quanta falsità!
“Ritornare al gusto del pane” ci induce a vincere la tentazione di reclamizzare anche la povertà o le opere di carità. Ci orienta, ancora, a diventare contagiosi nel bene che saremo capaci di seminare nel silenzio, nella gratuità, vincendo il virus più pericoloso del Covid19 e di tutte le sue varianti: l’indifferenza.
“Ritornare al gusto del pane”, per essere anche noi come Maria che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). A lei ci affidiamo perché ci aiuti a saper condividere la gioia della vita, l’amore per la vita, il desiderio di vivere per la vita.
Torniamo al gusto del pane e accendiamo la luce degli occhi, ridiamo bellezza al nostro sorriso, alziamo la testa guardando lontano con fiducia e speranza, camminiamo per le strade dell’umanità, risollevando corpi ripiegati dalle fatiche e delusioni, dalle ingiustizie e prepotenze. Sarà Natale tutto l’anno perché Dio viene ogni giorno nella vita di ognuno di noi e attraverso di noi nella vita dei nostri fratelli.

✠ Don Pino

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