LA NOSTRA STORIA. Quel pulpito che ha fatto la storia della chiesa e che da tempo non si usa più

di Michele Selvaggi

Quel detto: “ Da che pulpito viene la predica !”, come per dire:  “ Ma guarda chi parla ! ”  , ci riporta indietro di decenni, quando la  parola “pulpito” aveva un significato precise e ci indicava  quell’elemento architettonico che si notava sull’alto di una delle pareti della navata centrale, delle nostre chiese principali. Una piattaforma sopraelevata, appoggiata appunto ad una delle pareti  laterali  del tempio, fornita di scaletta e parapetto  e  destinata alla predicazione. Struttura quasi sempre in legno occupante un paio di metri quadrati di area, da cui il prete di turno,  recitava la sua predica, soprattutto in occasione di ricorrenze  festive di cui era ricco il calendario. I nostri ricordi si fermano  allo storico arciprete della parrocchia S. Pietro e Paolo,  don Vincenzo Di Giulio, che si serviva del pulpito solo in occasioni particolari  come  per gli annunci straordinari di fatti legati alla attività della Chiesa e soprattutto  al rito del “ giovedì santo” che si concludeva con la toccante invocazione alla Addolorata : “Maria vieni a prendere tuo figlio”. Dalle mani del  sacerdote sul pulpito, infatti –  molte volte uno dei francescani chiamati  per la festività della Pasqua –  un crocifisso   posato tra le braccia  della sconsolata madre di Gesù, portata a spalla nel tempio. Commozione generale che si concludeva con la benedizione in chiesa e che, praticamente, dava inizio alla 3 giorni finale della Settimana Santa. Rito  parecchio sentito  dai fedeli che  gremivano Chiesa Madre e che con trepidazione attendevano quel gesto dal significato particolare che  partiva proprio dal pulpito. Tra i vaghi ricordi di una nostra assidua presenza in quel tempio, lo spettacolare annuncio, da parte dell’Arciprete Di Giulio, della prima visita a Pisticci   della madonna di Viggiano, intorno agli  anni 50. Notizia straordinaria per i  fedeli pisticcesi, da sempre devoti  alla  Madonna Nera, nostra ospite per una settimana intera, vegliata giorno e notte  nella  chiesa di Terravecchia e “del Convento”,  come abitualmente veniva  indicato il tempio di Sant’Antonio da Padova. Per l’occasione, da quel pulpito di Chiesa Madre, da parte di tale Padre Agostino, ( francescano) l’annuncio della raccolta di “ben 80 mila lire ( erano tanti, all’epoca) e oro”, frutto  della devozione dei fedeli pisticcesi a quella che poi doveva diventare la “ Regina della Lucania”.  Il pulpito di Chiesa Madre, fu utilizzato fino a metà anni 50 e quindi fino alla morte di don Di Giulio e che non ricordiamo della presenza di don Paolo D’Alessandro, ma neanche di don Michele, sul pulpito di S.Antonio. Ora i due “pulpiti” sono li a simboleggiare un’epoca remota della sempre viva  Chiesa pisticcese. Epoca che comunque – anche nel ricordo di quel “pulpito” –  fa sempre bene evocarla, se non altro per il gran rispetto verso chi, clero e fedeli,  non ha mai fatto mancare quella necessaria presenza di grande operosità cristiana. Che la nostra Chiesa  meritava.

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