Basteranno 300 tamponi al giorno per uscire dalla crisi?

Durante questa prima fase di pandemia abbiamo visto il meglio e il peggio di questo Paese.

 Alla generosità di quanti si sono resi disponibili a restare in trincea anche senza mezzi di protezione adeguati ad assistere la popolazione, non sempre è stata restituita almeno una parola di verità.

Abbiamo assistito al balletto della politica che si nasconde dietro il parere dei Comitati Scientifici (“ci dicono loro cosa fare”) – salvo poi adeguarsi alle voci ben più potenti degli industriali lombardi – così che anche i Comitati Scientifici finiscono per perdere la loro credibilità quando provano a nascondersi a loro volta dietro la politica (“noi avevamo detto di chiudere Bergamo poi…”).  

E’ successo poi che la mancanza di dispositivi di protezione (dalle mascherine per la popolazione ai DPI per gli operatori sanitari) e di capacità diagnostiche (tamponi, reagenti, laboratori di analisi) ha dettato non solo le linee guida del Governo (fare tamponi solo ai sintomatici fossero anche conviventi di un contagiato) ma addirittura le, perduranti ambiguità, di OMS e ISS sull’utilità di promuovere tra la popolazione l’uso delle mascherine per ridurre la possibilità di contagiare gli altri.

Ognuno lo ha capito tant’è che le Regioni, anche in base alla loro capacità di approvvigionamento, hanno potuto attuare politiche (soprattutto nella identificazione precoce dei contagiati), completamente differenti, mentre i cittadini e le loro associazioni provvedevano ad avviare da soli la produzione e la distribuzione (almeno) di mascherine in tessuto, TNT, etc.)

Anche in Basilicata siamo stati ligi agli indirizzi del Governo. Riuscendo a portare in terapia intensiva, e oltre purtroppo, interi gruppi familiari, senza essere riusciti fino ad oggi a sottoporre a controllo tutti gli operatori in prima linea (ma naturalmente non era prescritto), senza avere ancora, in sostanza, un quadro attendibile dell’evoluzione del contagio nemmeno nelle nostre “zone rosse”.

E’ vero che solo il 23 Marzo sono arrivati in Basilicata 600 tamponi dalla Protezione Civile e che solo grazie all’autonoma capacità delle strutture sanitarie di procurarseli, se ne è potuti fare oltre 5000. E’ vero anche che l’11 Aprile 21.000 tamponi ci sono stati consegnati sicché la possibilità di aumentare la nostra capacità “di rilevare, testare, isolare e trattare ogni caso, rintracciare ogni contatto” come L’OMS prescrive in vista della fase 2 sembra oggi dipendere, più che dalla disponibilità di tamponi e reagenti, dalla nostra capacità di eseguire le analisi di laboratorio.

E’ del tutto evidente che un aumento significativo di tale capacità si impone, non solo per consentire una uscita in sicurezza dal lockdown, ma anche per garantire nell’immediato la ripresa di servizi fondamentali quali l’assistenza domiciliare integrata e i percorsi di sostegno ai disabili (oggi drammaticamente interrotti) che hanno trovato proprio nella incertezza dei contatti tra familiari e operatori il principale ostacolo.

Continuerà la Regione Basilicata a trincerarsi dopo la mancanza di tamponi, dietro la mancanza di laboratori (sono stati cercati? Quale considerazione hanno avuto le disponibilità espresse da UNIBAS a fornire macchinari e quale quella dei laboratori privati che hanno ufficializzato la loro disponibilità a contribuire alle analisi?) per continuare a fare solo il “compitino”?

Oppure intende adoperarsi per moltiplicare il numero di tamponi da realizzare e processare, promuovere l’implementazione di test sierologici affidabili che consentano di accrescere le conoscenze epidemiologiche indispensabili a seguire e monitorare l’andamento della malattia? Anche in questo modo sarà possibile riprendere in sicurezza le attività essenziali e garantire una uscita ordinata e senza sorprese da questa crisi.

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