Riaprono le fabbriche. Siamo davvero pronti a tutelare la salute dei lavoratori (e dei cittadini)?

A partire da questa settimana, in Italia come in Basilicata, si preparerà di fatto il riavvio dell’attività produttiva industriale. Si moltiplicheranno, quindi, le richieste di riapertura inoltrate dalle aziende ai Prefetti e sarà necessario capire, con rigore e raziocinio, come concretamente si riparte. Non siamo di fronte ad un passaggio banale o di routine essendo l’Italia un grande paese manifatturiero e la Basilicata altrettanto a giudicare dai settori che formano il suo PIL. Le misure da adottare, peraltro, resteranno indispensabili per un periodo non breve perché non consistono soltanto di azioni puntuali (mascherine e protezioni individuali, misurazione di temperatura all’ingresso di lavoratori, fornitori e addetti di aziende di appalto, uso massiccio di tamponi rapidi e affidabili, procedure di sanificazione) ma, in molti casi, di un vero e proprio ridisegno di sistemi di trasporto e layout aziendali complessi, di fasi intere del processo produttivo che necessitano di distanziamento.

1)      Occorre, in primo luogo, evitare che attraverso le richieste ai Prefetti scatti un riavvio indiscriminato fondato sugli automatismi del silenzio-assenso piuttosto che sulla preventiva verifica delle modalità concrete di applicazione delle misure previste dal Protocollo Nazionale sottoscritto fra Governo e parti sociali. E’ necessario adottare una “disattivazione preventiva e concordata” di ogni automatismo: si riuniscano permanentemente le commissioni costituite presso le Prefetture, si utilizzino tutti gli strumenti di esame congiunto tra direzioni aziendali e rappresentanze sindacali, si sperimentino anche forme graduali di riapertura che consentano di testare concretamente l’efficacia delle misure di salvaguardia previste, monitorandole in progress e adeguandole alle singole situazioni aziendali.

2)      La condizione di bisogno in cui versano migliaia di lavoratori e le loro famiglie non deve diventare una situazione di obiettivo ricatto in cui il diritto al lavoro si scambia contro quello alla salute: non sono tollerabili né reclutamenti di lavoratori su base volontaria (e.g. Italtractor), realizzati spesso in assenza delle necessarie verifiche preventive, né più raffinate manovre che, ricorrendo alla CIG per difficoltà di posizionamento strategico largamente indipendenti dal coronavirus, selezionino i più docili fra i più bisognosi (che succederà per esempio in FCA?), prefigurando, in questo modo, gli assetti occupazionali a venire.

3)      Nessun protocollo, nessun accordo potranno funzionare in assenza di meccanismi di controllo pubblico mirati e tempestivi. Da questo punto di vista, particolare preoccupazione desta la pratica della omessa timbratura all’ingresso che impedisce la stessa tracciabilità dei contatti avuti dai lavoratori. La terzietà di chi è incaricato di vigilare, a partire dalle Autorità Sanitarie che dovrebbero stabilire un raccordo stretto con le realtà aziende, rimane requisito essenziale anche al fine di restituire la centralità che merita alla medicina del territorio – grande assente di questa crisi – senza potenziare la quale il Servizio Sanitario pubblico cessa di essere un sistema.

Verificare che le misure stabilite siano adottate rigorosamente in fabbrica (ma anche fuori, nei percorsi e nei mezzi utilizzati per raggiungere i posti di lavoro) serve oggi a garantire la salute di chi, lavorando, assicura la ripresa del Paese e, contemporaneamente, a contenere le fonti di contagio potenziale a beneficio di tutto il resto della comunità.

Ancora una volta, salute e lavoro possono essere resi compatibili, a condizione che lo si decida e lo si voglia, nella pratica, fino in fondo. 

La Basilicata Possibile

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