Daniele Mencarelli ad Amabili confini

Amabili Confini continua nel suo racconto collettivo delle periferie urbane. Il prossimo ospite è lo scrittore Daniele Mencarelli che sarà a Matera, giovedì 13 giugno, alle ore 18.30, in slargo vico Giordano Bruno, a San Pardo. A dialogare con l’autore saranno Vita Santoro, antropologa, e Antonio De Sortis, traduttore letterario . Venerdì 14 giugno, sempre alle 18.30, si replica nel chiostro dell’ex convento di San Francesco a Irsina, dove a dialogare con l’autore sarà la docente Francesca Gagliardi. Il venerdì mattina, alle ore 12, invece, al Liceo classico di Matera, lo scrittore parteciperà ad un incontro interamente autogestito dagli studenti. A dialogare con Daniele Mencarelli, coordinati dal professor Michele Andrisani, gli studenti Andrea Moramarco (IV A), Giammichele Micucci (IV A), Antonio Pio Lamacchia Acito (IV A).

Prima di parlare del suo romanzo “La casa degli sguardi” con cui ha vinto il XV Premio Volponi, Daniele Mencarelli, autore di quattro raccolte di poesie e da diversi anni impegnato in fiction per conto della Rai, si confronterà con i “veri” protagonisti di Amabili Confini: gli “scrittori di quartiere” che hanno contribuito con i loro racconti a costruire una narrazione collettiva sul tema di questa edizione “Orizzonti”.

Lo scrittore, infatti, converserà con gli autori delle poesie scelte della sezione Amabili versi. E’ in questo modo che Amabili confini intende stimolare la partecipazione attiva degli abitanti facendone emergere le potenzialità narrative e conferendo allo scrittore ospitato il ruolo di “cittadino culturale temporaneo” nella Capitale Europea della Cultura 2019. Coordinatrice degli incontri di quartiere è Maria Rosaria Salvatore, a fare da filo conduttore la selezione di brani letti da Genoveffa Capuzzi.

E’ in questo contesto di interscambio di esperienze che Daniele Mencarelli parlerà anche del suo romanzo “La casa degli sguardi”. Il protagoniste è Daniele, un giovane poeta oppresso da un affanno sconosciuto, “una malattia invisibile all’altezza del cuore, o del cervello”. La sua esistenza sembra priva di uno scopo. È per i suoi genitori che Daniele prova a chiedere aiuto, deve riuscire a sopravvivere, lo farà attraverso il lavoro. Il 3 marzo del 1999 firma un contratto con una cooperativa legata all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa “casa” speciale, abitata dai bambini segnati dalla malattia, sono molti gli sguardi che incontra e che via via lo spingeranno a porsi una domanda scomoda: perché, se la sofferenza pare essere l’unica legge che governa il mondo, vale comunque la pena di vivere e provare a costruire qualcosa? Le risposte arriveranno, al di là di qualsiasi retorica e con deflagrante potenza, dall’esperienza quotidiana di fatica e solidarietà tra compagni di lavoro, in un luogo come il Bambino Gesù, in cui l’essenza della vita si mostra in tutta la sua brutalità e negli squarci di inattesa bellezza. Qui Daniele sentirà dentro di sé un invito sempre più imperioso a non chiudere gli occhi, e lo accoglierà come un dono.

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