Rapporto Ires-CGIL su situazione economica e occupazionale in Basilicata nel 2018

Riceviamo e pubblichiamo il Rapporto Ires-CGIL su situazione economica e occupazionale in Basilicata nel 2018

Si interrompe il trend di avvicinamento ai livelli di occupazione pre-crisi,  persi 1500 posti di lavoro di Giovanni Casaletto* e Angelo Summa**

Precari, inattivi, cassintegrati, industria, edilizia, donne. Queste le aree di crisi della Basilicata, che nel 2018 fanno registrare dati negativi anche rispetto alle medie nazionali e ai dati in lieve ripresa delle altre regioni del Mezzogiorno. Si interrompe il trend di avvicinamento ai livelli di occupazione pre-crisi e si perdono circa 1500 posti rispetto all’anno precedente. Inoltre si conferma un elemento: la Basilicata non è una regione per donne. In questo contesto le politiche del governo non aiutano ad inserire elementi propulsivi e a sostenere la crescita. E dunque il contesto non reagisce e le politiche del governo non aiutano.

È interessante notare come l’inversione nella dinamica positiva dell’occupazione che ha interessato la Basilicata, non ha riguardato il resto del Mezzogiorno dove si conferma un trend crescente sia pur in rallentamento. Nella regione il calo dell’occupazione è in larga parte ascrivibile alla componente femminile (-1,2%), dopo il forte calo dell’anno precedente (-4,6%), a fronte di una flessione più moderata degli uomini (-0,5%). Nel Mezzogiorno, viceversa, la dinamica di genere è più favorevole per le donne (+1,4% a fronte del +0,5% dei maschi).

Riprende a crescere invece l’occupazione giovanile, nell’area di età compresa tra i 15 e i 34 anni si registra una crescita del +3,4% dopo il forte calo dell’anno precedente (-7,2%) mentre nel Mezzogiorno (+0,1%) resta ferma sostanzialmente sui livelli dell’anno precedente. In netta flessione gli occupati delle classi d’età centrali (-7,0%), riflettendo anche un deciso calo demografico, mentre aumenta il numero degli occupati con 50 anni e più che negli ultimi anni hanno sostenuto i livelli occupazionali.

Il peggioramento del saldo occupazionale in regione è connesso all’andamento dei settori extragricoli mentre l’agricoltura esibisce una sensibile crescita (+6,8%) dopo la flessione del 2017 (-10,3%). Cala l’occupazione dell’industria (-3,0%) dopo la lieve crescita dell’anno precedente (+0,6%). Più moderata è la flessione dell’occupazione nei servizi (-0,8%) più accentuata nel comparto dei servizi vari alle imprese ed alle persone (-0,9%) mentre tiene il settore commerciale e turistico (-0,5%).

L’inversione negativa nell’andamento del mercato del lavoro della regione negli ultimi due anni trova conferma nei dati sugli inattivi e sulle ore di cassa integrazione guadagni. Gli inattivi in età lavorativa dopo l’aumento del 2017 restano sostanzialmente stabili (-0,2%, era +2,1% nel 2017).

Negli ultimi due anni tra gli inattivi cresce ed in misura più accentuata la “zona grigia” costituita da coloro che pur non rientrando nelle forze di lavoro possono considerarsi disponibili a lavorare a particolari condizioni (+2,5%). Tra questi aumentano in particolare coloro che non cercano attivamente (non avendo fatto azioni nelle quattro settimane precedenti l’indagine) ma sono disponibili a lavorare ampliando così l’area degli scoraggiati dalla carenza di opportunità di lavoro.

Possiamo dunque sostenere che i dati restano critici e confermano la difficoltà nella quale versa il nostro tessuto produttivo, pur evidenziandosi qualche fattore positivo legato all’andamento della demografia d’impresa che, tuttavia, va sostenuto con politiche maggiormente attente alla dinamica dimensionale ed ai settori maggiormente innovativi.

Bisogna aggiungere che i segnali di ripresa della manifattura meridionale degli ultimi anni non sono stati supportati dalle politiche, dove la politica industriale dovrebbe essere una politica “attiva”, in grado non solo di favorire lo sviluppo del tessuto produttivo tout court, ma anche di determinare un cambiamento del modello di specializzazione. È necessario fare leva su interventi “attivi” e “selettivi” per superare i ritardi endemici dell’area, primo fra tutti quello rappresentato dalle ridotte dimensioni di impresa, che è anche la principale concausa degli altri gap strutturali che concorrono a determinare il divario di sviluppo del Sud.

Da questo punto di vista guardiamo con una certa apprensione alle scelte di politica economica messe in atto dall’attuale governo giallo-verde, poiché si continua con azioni non selettive sul lato degli aiuti alle imprese, concentrando risorse sulle piccole imprese ma senza un piano mirato alla crescita dimensionale e alla migliore collocazione nelle catene globali del valore e nei mercati esteri.

In Italia le imprese da 0 a 9 dipendenti sono il 95% del totale e quelle superiori a 50 dipendenti meno dell’1%, ma da queste ultime deriva il 50% circa del valore aggiunto. Stesso discorso vale per il Mezzogiorno e per la Basilicata, che a maggior ragione necessita di una politica attenta al lato dell’acquisizione di valore e di posizionamento delle imprese estere che hanno sede in Basilicata. Queste spesso costituiscono un “traino” a favore di imprese locali. Precisamente, le unità produttive regionali possono essere coinvolte in fasi produttive, economicamente non convenienti se affrontate da sole, che richiedono l’implementazione di investimenti immateriali e/o l’acquisizione di professionalità in grado, a loro volta, di accrescere il numero delle unità che operano nei segmenti produttivi caratterizzati da una crescita della domanda più veloce.

C’è dunque bisogno di rimettere in agenda un grande piano di rilancio dell’impresa al Sud, qualificando la prospettiva lavorativa e di stabilità di lavoratori e lavoratrici, pensando la Basilicata e il Mezzogiorno parte di un disegno organico e al centro di una nuova stagione di politica industriale.

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