La bufera sul colosso Huawei

C’è, come tutti sappiamo, anche Matera tra le città del progetto pilota indetto dal precedente governo nel 2017 che prevede di sperimentare il 5G al quale ha preso parte anche il colosso cinese Hauwei, nella bufera dopo l’arresto della vicepresidente e capo del settore finanziario di Huawei Meng Wanzhou, eseguito in Canada su richiesta di Washington. Un arresto che “conferma – si legge sulla rivista geopolitica Limes – che la competizione tra Usa e Cina va ben oltre la guerra commerciale. Piuttosto riguarda principalmente i settori tecnologico e militare, in cui in cui la Repubblica Popolare sta colmando rapidamente il divario con la prima potenza al mondo.”

“ Meng del resto non è una manager qualsiasi. Oltre a essere  è anche figlia di Ren Zhengfei, fondatore dell’azienda ed ex ingegnere dell’Esercito popolare di liberazione. Formalmente la donna sarà estradata negli Usa nell’ambito dell’indagine circa la presunta violazione da parte del colosso tecnologico delle sanzioni contro l’Iran.”

“In più occasioni gli apparati a stelle e strisce hanno affermato che Pechino si serve delle infrastrutture Made in China per spiare i paesi stranieri. Per questo gli Usa e gli altri Five Eyes (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada) si sono rifiutati di appaltare a Huawei la costruzione delle rispettive tecnologie digitali di quinta generazione – anche il Giappone si sta accodando. Al contrario per esempio della Papua Nuova Guinea che, malgrado gli avvertimenti di questi paesi, a novembre ha permesso all’azienda cinese di proseguire le attività di costruzione dell’infrastruttura critica.”

E’ l’avanzata della Cina che gli Stati Uniti temono, timori condivisi anche dall’Europa sembrerebbe. La Commissione Ue dichiara infatti che “Sul caso Huawei “dobbiamo essere preoccupati perché Pechino ha fissato nuove regole in base a cui le imprese cinesi devono cooperare con l’intelligence” e “non è un buon segno quando le imprese devono aprire i loro sistemi ai servizi segreti”. Lo ha detto il vicepresidente della Commissione Ue al digitale, Andrus Ansip, dopo l’arresto della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou. Timori condivisi anche da Tokyo che, secondo i media locali, sarebbe pronta a vietare l’utilizzo da parte della sua amministrazione di attrezzature dei gruppi cinesi Huawei e Zte, considerate a rischio dal punto di vista della sicurezza. “

Dichiarazioni che la Huawei respinge al mittente. Il colosso cinese infatti ha reso noto di essere rimasta “sorpresa e delusa” di fronte alle parole del vice presidente della Commissione europea, Andrus Ansip, che ha paventato il rischio di accesso ai dispositivi dell’azienda da parte dell’intelligence cinese. “Respingiamo categoricamente ogni accusa per cui rappresenteremmo una minaccia alla sicurezza”, ha dichiarato l’azienda.

Intanto Anche in Italia c’è più di una preoccupazione per il rischio di una possibile “invasione” “Stiamo valutando con attenzione la situazione – ha dichiarato il Ministro Di Maio – le nostre agenzie di intelligence, Aisi e Aise, devono provvedere a fare le certificazioni di sicurezza che rappresentano i nostri strumenti di garanzia”.
“Praticamente – si legge su Repubblica – tutto il traffico Internet italiano prima o dopo passa per un router Huawei. Difficile che sia altrimenti, visto che il produttore cinese ha in mano quasi un quarto del mercato mondiale delle infrastrutture per le Tlc. Da noi, poi, la questione potrebbe essere ulteriormente complicata dal fatto che non esistono più operatori di telecomunicazioni di proprietà esclusivamente nazionale. Fastweb è svizzera ma usa router Huawei. Wind Tre è cinese quasi al 100%. Iliad è francese. Vodafone è inglese. Il principale socio di Tim è la francese Vivendi, mentre il primo azionista di Tiscali è una holding russa. Chi è preoccupato della presenza di Huawei parla di un’egemonia conquistata con gare al ribasso, offerte stracciate, finanziamenti da Bank of China e da altri istituti cinesi per conquistare tutti gli operatori che sono in affanno a causa di margini di profitto sempre più ridotti causati dalle guerre dei prezzi. Ma questo dato non è facilmente verificabile. “Non abbiamo vinto appalti 5G in Italia” – replica Huawei che si dice anche “sorpresa della presa di posizione del governo statunitense”. “Ma spiega un portavoce partecipiamo a un progetto pilota indetto dal precedente governo nel 2017 che prevede di sperimentare il 5G in tre aree del Paese: a Milano, a Bari e a Matera”.

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