Banche, Cisl: in Basilicata cura dimagrante dei grandi istituti, cresce solo il credito cooperativo

Meno sportelli e occupati nei grandi gruppi bancari, ma cresce la presenza delle banche cooperative. È questa in sintesi la fotografia del credito in Basilicata scattata dal centro studi della First, la federazione bancaria della Cisl, che ha passato al vaglio il sistema bancario nazionale. Sono tutti con il segno meno i principali indicatori del settore contenuti nella dettagliata analisi condotta dal sindacato. Rispetto al 2010 in Italia ci sono 6.289 sportelli bancari in meno, il personale di rete è sceso di 26.249 addetti e ben 383 comuni sono rimasti totalmente privi di banche. Una riduzione che i top manager giustificano con l’avanzata del digitale; ipotesi che però non trova conferma nei dati forniti dal centro studi della First Cisl: infatti il ritmo delle chiusure dalla fine del 2010 è stata del 18,7% contro un calo di accessi alle agenzie solo del 7,5%.

Evidenti i segni del ridimensionamento anche in Basilicata dove i grandi gruppi bancari hanno ridotto in modo sensibile la propria presenza sul territorio. Dal rapporto emerge che sono 50 gli sportelli chiusi dal 2010 a oggi dai principali istituti di credito nella nostra regione, con casi come il gruppo Ubi, presente in Basilicata con il marchio Carime, che nello stesso periodo ha dimezzato il numero delle sue agenzie. Un trend in parte compensato dalla sempre più capillare presenza del credito cooperativo che ha permesso di contenere il saldo negativo. In totale, gli sportelli attualmente attivi in regione sono 226 contro i 250 del 2010 (-9,6%).

Meno sportelli significa anche meno occupati nel settore e tempi di attesa più lunghi per i clienti. I lavoratori bancari lucani sono passati dai 1.260 del 2010 ai 1.117 del 2016, con una riduzione dell’11,3%, pari in termini assoluti a 143 posti di lavoro andati persi, situazione gestita con gli accordi sindacali che hanno consentito il prepensionamento o il pensionamento di tutti i lavoratori in esubero. Riduzione del personale che famiglie e imprese hanno pagato con code più lunghe: il 26% dei lucani che si sono recati in banca nel 2016 ha infatti dichiarato di aver atteso più di 20 minuti, contro il 13,7% del 2011.

La Basilicata si conferma fanalino di coda per quanto riguarda l’uso dei canali home e corporate banking: 70 famiglie lucane su 100 nel 2017 hanno fatto ricorso ai servizi bancari telematici, contro una media nazionale di 113*, dato in crescita del 25%, ma ben al di sotto del trend nazionale (+45,6%), un dato coerente con la composizione demografica della popolazione. Non va meglio per quanto riguarda le imprese: solo 53 aziende lucane su 100 utilizzano il canale telematico per i loro servizi finanziari rispetto alla media nazionale di 73. Ciò si spiega con la presenza di un tessuto imprenditoriale composto prevalentemente da lavoratori autonomi e micro-imprese che hanno una certa difficoltà ad interfacciarsi con questi strumenti.

“Lo studio evidenzia che le maggiori banche nazionali hanno deciso di ridurre fortemente la loro presenza sul nostro territorio, considerato meno appetibile, anche perché – spiega il segretario generale aggiunto della Cisl Basilicata, Gennarino Macchia – la Bce da tempo eroga senza costo alle banche dell’Unione più di 80 miliardi di euro al mese. Questo comporta che le banche sono disincentivate dal cercare di ottenere denaro con i consueti canali di raccolta e decidono quindi di ridurre sportelli e addetti. Non bisogna dimenticare – continua il sindacalista della Cisl – che i grandi istituti bancari hanno raccolto dal nostro territorio consistenti risorse di capitale negli anni scorsi, non sempre offrendo una gestione oculata del tanto sudato risparmio. Basti ricordare che solo Veneto Banca, attraverso il marchio BancApulia, ha prodotto in Basilicata la polverizzazione di circa 25 milioni di euro di sue azioni in mano a risparmiatori lucani”.

“Con i tagli messi in atto dai grandi istituti di credito – spiega Macchia – a restare sguarnite sono soprattutto le aree marginali, abitate da una popolazione più anziana che si trova costretta a mantenere in casa maggiore disponibilità di contante, col rischio di aprire la strada alla microcriminalità: il problema sociale è evidentemente sottovalutato. La verità è che le banche si sono trasformate in distributori di prodotti finanziari di massa, come si trattasse di telefonini o abbigliamento, e dunque mirano soprattutto a tagliare i costi. Anche l’aumento dei tempi di attesa determinato dai tagli agli sportelli e agli addetti – aggiunge Macchia – può essere spiegato come una strategia delle banche per far entrare meno gente possibile in filiale e poter continuare così le chiusure indiscriminate e i tagli al personale. Per questo diciamo che urge una riforma socialmente utile del sistema bancario”.

Va in questa direzione la proposta lanciata dalla First e dalla Cisl per “una riforma socialmente sostenibile del sistema bancario italiano, partendo dalla considerazione che le banche non sono case da gioco, ma devono tornare a essere la cassaforte del risparmio degli italiani, il terreno fertile su cui far crescere le risorse del paese. Le banche non comprano e non vendono denaro, ma fiducia dei risparmiatori, delle famiglie e delle imprese. Una fiducia che è stata in troppi casi tradita senza tener conto di quanto recita l’art. 47 della Costituzione. Per questo abbiamo fatto sei proposte concrete con la nostra campagna ‘AdessoBanca’, un vero e proprio manifesto del risparmio e del lavoro per restituire le banche ai cittadini, liberare i lavoratori dalle pressioni commerciali e fare educazione finanziaria, salvaguardare i risparmiatori, dare valore ai crediti deteriorati e combattere speculazioni e abusi, retribuire in modo responsabile i top manager e punire i responsabili dei disastri bancari”.

Per l’occasione la First Cisl ha aperto un sito web ad hoc www.adessobanca.it per illustrare le sei proposte e dare la possibilità ai cittadini di aderire al manifesto.

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