Vaccaro al XVII congresso nazionale della Uil: “Ritorno al futuro” e’ il cammino della Uil

All’interno della proposta di `una piattaforma per la rinascita e lo sviluppo´ che porti la firma dei sindacati e sia all’attenzione delle imprese e del nuovo Governo lanciata dal segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, in apertura del XVII congresso nazionale del sindacato, dalla tribunale congressuale l’intervento del segretario regionale lucano Carmine Vaccaro, in linea con la relazione tenuta al congresso regionale del 1 giugno scorso, è stato tutto in chiave di riflessione interna sui nuovi e più impegnativi compiti che spettano alla Uil a livello nazionale e regionale.

Il messaggio di Vaccaro: “la UIL ha dinanzi a sé un cammino che potremmo definire “ritorno al futuro”, una coraggiosa riattualizzazione delle sue radici, un ripartire dai suoi caratteri fondanti che, anche nelle stagioni di esaltazione ideologica dell’operaismo, l’ha portato a proporsi non solo come organizzazione dei lavoratori, ma precipuamente come “sindacato dei cittadini”.

Il piano di azione, improntato sull’unità sindacale, indicato dal segretario Barbagallo mette al centro cinque punti: investimenti pubblici e privati; nuovo modello di produttività; partecipazione; riduzione delle tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati; flessibilità del sistema previdenziale e prospettive ai giovani.

Come si coniuga questo piano? Vaccaro ha dato il suo contributo di analisi e proposta partendo dagli avvenimenti più recenti.

“Lo sconvolgimento elettorale del 4 marzo scorso, vasto e penetrante, nelle grandi città ma anche nei centri urbani e nelle piccole comunità, nelle aree sociali più marginali ma anche in diffusi ambienti della tradizionale borghesia – è il pensiero del leader della Uil lucana – ha reso manifesto un radicalismo di massa di cui avevamo annusato l’irrompere, ma forse sottovalutato la portata. Sottovalutazione ancora più colpevole sul terreno dei temi della sicurezza, particolarmente avvertiti dai ceti meno abbienti della società, che non a caso hanno immediatamente occupato la scena nell’agenda di governo. L’analisi politicistica, ovviamente, esula dal nostro mestiere, ma ci pare chiaro che è stato giudicato e sconfitto, un blocco storico, un corpo politico-burocratico ed intellettuale, che ha esercitato una egemonia pluridecennale. Eppure mai, nella storia, le fratture sociali, culturali e territoriali del Paese si erano manifestate in modo così vistoso ed intenso. Era largamente previsto che la inopinata riedizione del sistema elettorale proporzionale non restituisse maggioranze certe ed omogenee né tantomeno stabilità e certezze al paese. Non era invece prevedibile che il sommovimento elettorale producesse, alla fine, l’inaudita saldatura delle forze di ispirazione populista, peraltro largamente suffragate nelle urne, con la formazione di un programma di governo altamente contraddittorio e a tratti inquietante: a prescindere dalla sostenibilità finanziaria del cosiddetto contratto di governo, colpisce l’ipocrita disinvoltura con cui si ritiene di poter sovrapporre il reddito di cittadinanza, con cui si intende combattere la povertà, e la tanto declamata flat tax, che invece dilata ulteriormente le diseguaglianze, nonché la spregiudicatezza con cui si manifestano simpatie per regimi regressivi se non reazionari.

Non abbiamo pregiudizi verso nessuno, ma – ha detto Vaccaro – non possiamo non dirci preoccupati per il livello di degrado e di discredito cui un sistema politico sbilanciato sta portando le nostre istituzioni. Come non può non preoccuparci la vicenda che investe la parte politica di più forte impronta riformista e progressista. Mai la sinistra italiana era precipitata così in basso nel grado del suo consenso organizzato, incapace di interpretare e gestire i processi di cambiamento sociale in atto. Qualcosa si è spezzato nelle connessioni e nei gangli che tenevano insieme un sistema, qualcosa che investe non solo i partiti e la politica in senso stretto. E, tra i primi ad essere interpellati, c’è sicuramente il mondo sindacale, che è chiamato ad adattare i suoi strumenti di analisi e di azione ad un universo sociale che sembra respingere ogni funzione e struttura di intermediazione. Il tema cruciale è proprio questo: forse troppo si è concesso alla demagogia infarcita delle suggestioni della democrazia diretta; forse poco si è fatto per difendere un Paese fondato sulla democrazia rappresentativa, sulla divisione dei poteri e sul pluralismo sociale. E’ appunto da qui, dalla ritessitura di una democrazia della coesione e dell’equità sociale, che bisogna ripartire.

Ed è sin troppo chiaro, che toccherà anche e soprattutto a noi, donne e uomini di organizzazioni storiche legate al lavoro, impedire una semplificazione autoritaria della dialettica democratica e lavorare con impegno rafforzato per ritessere i legami di fiducia e di solidarietà che fanno della società uno spazio vitale insostituibile, vincere le solitudini e gli esclusivismi e, di contro, conciliare e sciogliere le diversità per unirle nel nome delle condivisioni e non delle separatezze. La democrazia o è “intermediata” o diventa una avventura dagli esiti inquietanti. E il sindacato, un sindacato che sia capace di togliersi di dosso ogni sembianza di “casta”, può essere protagonista decisivo di questa riappropriazione popolare (non populista) della democrazia”.

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