“Le Naccarate della settimana di passione”

“La Settimana di Passione, con le sue processioni ed il mesto pellegrinaggio ai Sepolcri, nel rispetto di una nobile tradizione secolare, costituisce l’unica e preziosa occasione per riscoprire il fascino dei canti e soprattutto delle cosiddette “naccarate”, le nenie funebri in vernacolo pisticcese, che ancora si conservano nella memoria e che rappresentano una autentica testimonianza di fede popolare, vera e propria “letteratura” da salvaguardare, caratterizzate dalla drammaticità delle varie sequenze e dal realistico impatto interpretativo. I canti funebri, una particolare letteratura di cui i pisticcesi, a giusta ragione, vanno fieri, deve essere riscoperta e tramandarsi inalterata e fedele. Nel suo modello più classico, questo particolare lamento funebre, di chiara origine greca, si caratterizza per la sua struggente e straziante cantilena, spesso interrotta dal movimento del busto per profondere in gestualità esplosive e riprendere quindi il precedente ritmo automatico, quasi impersonale. Anticamente la “naccarata” era recitata durante i funerali o durante la veglia del defunto dalle “prefiche”, donne che sapevano ben interpretare il lamento e che erano pagate per questa particolare prestazione. In un suo famoso viaggio esplorativo, l’etnologo Ernesto De Martino studiò con particolare attenzione il fenomeno e registrò i canti di alcune donne, depositarie di antiche tradizioni, in aperta campagna, notando che si erano così immedesimate nel ruolo da piangere veramente e che “… non erano più nelle condizioni di accettare la storicità della morte perché se lo avessero tentato, sarebbe esplosa dal fondo dell’anima tutta l’angoscia della storia accumulata per generazioni e loro, come presenza attiva, ne sarebbero state schiantate.” Altro aspetto della “naccarata” è la continuazione da parte dei morti delle loro abitudini da vivi e lo studioso rilevò le scarse influenze cristiano-cattoliche perché non vi compaiono né Santi, né Madonne né la rassegnazione immediata al dolore terreno né la speranza di un mondo ultraterreno. Un ruolo rilevante avevano invece la protesta e la ribellione. Il defunto “deve vedere” la disperazione dei familiari, deve essere convinto del loro affetto, ascoltare le lodi delle sue virtù terrene, credere che è stato fatto tutto il possibile per salvargli la vita. Negli anni ’50 la Chiesa tentò invano, minacciando anche la scomunica, di impedire alle prefiche il lamento, vietando ad esse di partecipare alle cerimonie funebri. Ma invano, la “naccarata” era entrata a far parte ormai del tessuto sociale pisticcese. Fino ad alcuni anni fa depositarie esclusive di queste antiche tradizioni erano le confraternite della Concezione e del Pio Monte dei Morti.

“Largo, lasciatela passare, l’afflitta e dolorosa Maria, -recitava un antico canto-, vede il Figlio trascinato, tra una ciurma di cavalieri. Si vede affacciarsi uno stendardo rosso, ed una tromba non cessa di suonare. Accorrete voi verginelle, andate a vedere Gesù malato, si è preparato il letto sulla croce, per cuscino ha le spine del melograno. Alla destra c’è l’Addolorata che piange il figlio straziato. A sinistra, Maddalena che raccoglie il sangue in un’anfora. Ha preso un colpo di lancia al lato sinistro del cuore. Accorrete Verginelle, andate a vedere Gesù ammalato. Si è fatto il letto sulla Croce, per guanciale ha le spine del melograno”.”

Giuseppe Coniglio

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