TRICARICO: CIA, UNA FILIERA DEL CINGHIALE RIPORTANDO IN VITA IL VECCHIO SALUMIFICIO

La creazione di una filiera del cinghiale, trasformando quello che è  un  problema gravissimo per i produttori agricoli in opportunità, è la sollecitazione della Cia del Materano.

Nel riferire che il sindaco di Tricarico Lina Marchisella con lettera all’Assessore all’Agricoltura Braia ha proposto che la Regione coordini una filiera delle carni selvatiche e, se si tiene conto che a Tricarico insiste un opificio (salumificio) di proprietà regionale, la macellazione e trasformazione potrebbe avvenire in questo opificio, la Cia sostiene l’iniziativa che riprende quella che è un’antica idea della confederazione degli agricoltori.

 Dal 2016 sono stati abbattuti in Basilicata – nel periodo di caccia e mediante controllo – 7.300 cinghiali mentre, solo in sei anni, i danni risarciti ammontano a circa 5 milioni di euro ma sono incalcolabili. Numeri così elevati da rendere necessario un vero e proprio “approccio gestionale” al fenomeno, che permetta la limitazione dei danni arrecati all’agricoltura, che valorizzi i notevoli interessi economici che la caccia a questi animali rappresenta e che garantisca il massimo della qualità del prodotto alimentare. Un’impostazione di tipo “commerciale” che, nel rispetto di tutte le norme vigenti e con il coinvolgimento degli Enti locali, trasformi un problema in vera opportunità per il settore alimentare.

Consumata cotta ai ferri o nel sugo della pasta, la carne di cinghiale – sottolinea Paolo Carbone della Cia – è il simbolo di una tradizione culinaria che attrae tanti turisti in varie parti del Paese, specie Umbria e Toscana. Se ne mangia tantissima, eppure quella che troviamo al ristorante raramente è “nostrana”. Accade che i ristoratori, per evitare di prendere un cinghiale locale che non soddisfa i requisiti di tracciabilità e le adeguate garanzie igienico sanitarie, acquistano la carne dalla Grande Distribuzione Organizzata o da grossisti che, solitamente, si riforniscono nei Paesi dell’Est Europa. Sia chiaro: tutti i Paesi dell’UE effettuano gli stessi controlli sulla qualità, dunque la carne è sicura(oltre che buona). Ma altro che “chilometro 0”. Insomma, un circolo vizioso che pur garantendo la qualità di quello che mangiamo, non rappresenta per il territorio una risorsa economica al 100%. E purtroppo quasi tutti i titolari di aziende agrituristiche sono costretti a rinunciare a proporre la carne di cinghiale perché non riescono a garantire i complessi requisiti richiesti dalle normative di ristorazione.

La carne di selvaggina  – si sottolinea nella nota della Cia – possiede ottime caratteristiche nutrizionali: è caratterizzata da un bassissimo contenuto di grassi, con un favorevole rapporto omega3/omega6 e un interessante contenuto di acidi grassi coniugati (CLA), un buon contenuto di amminoacidi e di vitamine (la carne di cinghiale supera quella di maiale per il contenuto di vitamina B6 e riboflavina

“Alla luce di tutto ciò – dice Carbone  – possiamo affermare che il consumo di carne di cinghiale potrebbe essere una valida integrazione alla nostra dieta, meglio ancora se a ‘chilometro 0’, proveniente da una filiera locale organizzata che rispetti il territorio e il benessere animale. Sarebbe un modo di valorizzare un prodotto della nostra tradizione di cui i nostri boschi sono ricchi e per Tricarico un’occasione per far tornare in attività il vecchio Salumificio”.

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