IL MINISTRO RISCALDATO E I VELENI DI REGIME

“Non si corregge l’immoralità solo con le prediche e gli articoli dei giornali. Bisogna che la prima ad essere corretta sia la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti diano l’esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità” – Luigi Sturzo

IL MINISTRO RISCALDATO E I VELENI DI REGIME

Dichiarazione di Maurizio Bolognetti, Segretario di Radicali Lucani e Membro della Presidenza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito

Avrei voluto confrontarmi con il Palazzo(di Giustizia) per poter dire, in sede di inaugurazione dell’Anno Giudiziario, che la relazione del Ministro Orlando ha il sapore di una minestra riscaldata e che dalla stessa emerge l’assoluta inconsapevolezza della drammaticità in cui versa il nostro sistema giudiziario e il suo putrido percolato carcerario. Avrei voluto, per l’ennesima volta, sottolineare che l’Italia sul fronte giustizia-carceri-tutela ambientale e della salute umana continua ad essere, sul piano tecnico-giuridico, uno Stato canaglia. Al di là dei numeri, delle crude cifre, che in ogni caso raccontano una realtà che non corrisponde affatto alle parole pronunciate dal Ministro, l’amara verità è che nel nostro Paese continuiamo a violare gli articoli 27 e 111 della Costituzione della fu Repubblica italiana e le Convenzioni a tutela dei diritti umani. Permane la non ragionevole durata dei processi e le carceri continuano ad essere luoghi di tortura per l’intera comunità penitenziaria, ad iniziare da detenuti e Agenti di Polizia. Il sovraffollamento delle carceri c’è e permane, laddove, come ben dovrebbe sapere il Ministro, non si tratta solo di un problema di numeri, ma anche del rispetto di quel “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“. L’amministrazione della giustizia continua ad essere una spada di Damocle calata sulla testa di ogni cittadino italiano e continuiamo a non affrontare il nodo gordiano rappresentato da riforme non più rinviabili(per esempio separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e abolizione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale). In questo Paese, consumato dall’anti Stato di diritto e dall’antidemocrazia, continuiamo a negare giustizia a imputati e vittime. In estrema sintesi, e per dirla con Marco Pannella, “occorre interrompere la flagranza di reato in atto contro i diritti umani e la Costituzione“.

Avrei voluto poter prendere la parola in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario per poter ricordare a me stesso e a tutti, nel momento in cui si discute di depurazione e depuratori, che alcune decine di comuni lucani hanno contribuito all’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese, per la violazione della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane. Questo accadeva nel marzo del 2014! Ed è accaduto, perché un po’ ovunque, dopo quasi 30 anni, non abbiamo rispettato i commi e gli articoli della sopra citata direttiva. Questo accade perché anche sul fronte della tutela ambientale siamo uno Stato canaglia, più volte condannato e richiamato dalle istituzioni comunitarie per il mancato rispetto di leggi poste a tutela di ambiente e salute.

Avrei voluto raccontare al Presidente della Corte d’Appello e al Procuratore Generale che in una Determina Dirigenziale, emanata dal Dipartimento Ambiente della Regione il 17 maggio 2006 e recante per oggetto “Approvazione della revisione del piano di monitoraggio della reiniezione delle acque di produzione mediante il pozzo Costa Molina2”, l’Arpab chiede il monitoraggio anche delle Ammine Filmanti, assurte a star del circo mediatico all’indomani del cosiddetto Petrolgate. La mia sensazione è che tutti sapevano della reale composizione delle acque di strato fin dal 2006, ma nessuno ha mai fatto niente per intervenire. E del resto, come ho più volte denunciato, nel verbale di una conferenza di servizio del 13 dicembre 2011, attinente “la condotta di reiniezione pozzo Costa Molina2”, Arpab rappresenta agli uffici del Dipartimento Ambiente della Regione “che dall’esame della documentazione”, fornita da Eni, emerge “l’utilizzo di alcune sostanze pericolose immesse nella condotta di reiniezione“. La stessa Arpab, come risulta dai verbali, suggerisce “l’eventuale sostituzione” con sostanze “non pericolose”.  Avrei voluto poter prendere la parola per sottolineare, una volta di più, che l’aver autorizzato la reiniezione delle acque di produzione in una zona sismica è stato un atto scellerato, compiuto in aperta violazione di un allegato, tutt’ora vigente, della Delibera del Comitato dei Ministri, emanata il 4 febbraio del 1977, a tutela delle acque dall’inquinamento. Avrei voluto confrontarmi con il Palazzo(di Giustizia) per poter dire che vogliamo sia fatta luce sull’inquinamento delle matrici ambientali nell’area della concessione di coltivazione idrocarburi Gorgoglione. E’ inaccettabile che ad oltre 18 mesi da una contaminazione delle acque sotterranee, paradossalmente riscontrata dalla Total e accuratamente nascosta ai cittadini, non si conosca il responsabile dell’inquinamento ed Arpab non abbia effettuato i controlli richiesti nel 2015 dalla Provincia di Potenza. Infine, ma non ultimo, avrei voluto segnalare le gravissime dichiarazioni rilasciate dalla ex senatrice Magda Negri, membro della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti nel corso della XVI leg., che il 3 aprile del 2016, poche ore dopo la bufera scatenata dal “petrolgate”, avverte l’urgenza di fare outing: “Sono molto stupita per questa inchiesta in Basilicata sugli scarti/reflui pericolosi dell’Eni, della Total che deve ancora incominciare ad operare. Dico questo, perché quando nella XVI legislatura io sono stata membro della Commissione Bicamerale per l’indagine della criminalità collegata alla raccolta dei rifiuti, mi sono occupata personalmente – e ho firmato un lungo lavoro durato più di tre anni – della Basilicata. Con grandi tecnici sono stata insieme ad altri in Basilicata e abbiamo sentito proprio tutti: gli amministratori, i Carabinieri del Noe, tutti i magistrati. Il problema che sembrava allora predominante era la sicurezza dei rifiuti atomici provenienti da una vecchia dismissione di materiale che proveniva dalla guerra dell’Iraq e dai rifiuti atomici degli ospedali[…]Per ciò che riguarda specificatamente i fanghi derivanti dagli idrocarburi c’erano state sì qualche protesta di qualche comitato, ma gli impianti Eni specialmente sembravano nella massima sicurezza. Specialmente il NOE, i Carabinieri, l’Arpab e i magistrati in Basilicata non ci sollevarono pressoché nessun problema”. Il 18 aprile 2016, ho inoltrato alla DDA e alla DNA un esposto-denuncia basato proprio sulle gravi dichiarazioni della ex senatrice, che nel gennaio 2013 – è opportuno rammentarlo – fu relatrice con il sen. Lorenzo Piccioni della relazione territoriale sulla Basilicata prodotta dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Attività Illecite Connesse al Ciclo dei Rifiuti. Una relazione dalla quale incredibilmente non emerge nessuna criticità sul fronte delle attività di estrazione, ricerca e coltivazione idrocarburi. Una relazione che ebbi a criticare allora e che desta ulteriore sconcerto alla luce delle dichiarazioni della Negri datate 3 aprile 2016.

Signor Presidente della Corte d’Appello, signor Procuratore Generale, ahinoi, in questo nostro Belpaese, anno dopo anno, vanno incancrenendosi e cronicizzandosi situazioni di illegalità. Ahinoi, eravamo uno Stato canaglia nel 2016 e continuiamo ad esserlo anche nel 2017.

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