Cgil Basilicata e Fp Cgil Basilicata udite in IV Commissione

Giuliana Scarano segreteria Cgil Basilicata e Roberta Laurino segretaria generale Fp Cgil Basilicata: “Una riforma non riforma, che non salvaguarda il diritto di salute dei cittadini lucani”

Nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri presso la IV Commissione consiliare sul disegno di legge di riordino del sistema sanitario regionale, la Cgil Basilicata e la Funzione pubblica Cgil hanno ribadito un fermo giudizio critico sul progetto di riforma. Una riforma che nasce sull’onda dell’emergenza, la necessità di adeguare il sistema sanitario regionale al dettato normativo imposto dal decreto legislativo 161/2014, che contiene disposizioni inderogabili in tema di orari di lavoro e riposo degli operatori sanitari, e dalla legge 208/2015 che impone, a partire dal 2017, l’applicazione dei piani di rientro anche per i presidi ospedalieri a gestione diretta delle aziende sanitarie territoriali che non rispettino i parametri richiesti.

Se queste sono le premesse metodologiche che hanno dato avvio al processo di riordino, ben si comprende che si tratta di azioni assolutamente prive di quella visione, di quel lungo respiro che sempre dovrebbe accompagnare l’approccio ad una riforma, a maggior ragione quando a essere coinvolti sono diritti primari di tutti i cittadini. Il risultato è una “riforma – non riforma”, priva di scelte volte a imprimere al nostro sistema sanitario regionale quelle caratteristiche idonee e necessarie a salvaguardare il diritto di salute dei cittadini lucani.

La proposta di riordino sconta innanzitutto l’assenza di un vero e proprio nuovo modello di sanità: si assumono, infatti, due modelli organizzativi assolutamente diversi nei due territori di Potenza e Matera. A Potenza si fanno confluire nell’azienda ospedaliera San Carlo i tre presidi ospedalieri per acuti di Lagonegro, Melfi e Villa d’Agri che ne diventano un’articolazione territoriale, mentre l’azienda sanitaria locale incorpora il presidio ospedaliero distrettuale di Pescopagano e mantiene la gestione diretta dei presidi ospedalieri distrettuali di Venosa, Lauria, Chiaromonte e Maratea; l’Irccs Crob di Rionero resta struttura a parte. A Matera si lascia in capo all’azienda sanitaria locale la gestione diretta dell’ospedale Madonna delle Grazie e dell’ospedale di Policoro, cosi come permane la gestione diretta degli ospedali distrettuali di Tinchi , Tricarico, Stigliano e Pisticci. Ci chiediamo, a quale logica risponde tale scelta? E soprattutto in cosa innova, quale sarebbe l’obiettivo sfidante che si vuol raggiungere?

Si lascia in parte il mondo come è, intervenendo chirurgicamente su qualche tassello affinché il puzzle possa sostanzialmente ricomporsi, ma così facendo si rischia di compromettere la garanzia di effettività dei livelli essenziali di assistenza. Questo perché l’aggregazione costruita sull’azienda ospedaliera San Carlo di Potenza, che ha nei fatti il solo scopo di creare una sorta di “stanza di compensazione economico- contabile” nella quale far confluire i disavanzi dei presidi ospedalieri ad essa incorporati, avrà due pericolosi effetti: innesterà un meccanismo generatore di prestazioni tendente ad ottenere un aumento dei volumi di attività ed una conseguente maggiore remunerazione delle funzioni; trasferirà al San Carlo le problematiche di gestione ordinaria delle attività ospedaliere, facendosi carico non solo dei costi, che risultano in significativo disavanzo nella gestione delle attività degli ospedali per acuti, ma anche delle carenze di dotazione organica per far fronte alle attività ospedaliere di base.

Le conseguenze saranno un sistema sempre più autoreferenziale in cui è l’offerta a generare domanda e non viceversa con un accentramento di risorse del sistema sanitario regionale in funzione ospedalocentrica; un livellamento verso il basso delle attività del San Carlo, la cui naturale evoluzione sarà proiettata verso l’ ospedale di Asl, legando il suo futuro sempre più alle attività territoriali e di base.

E’ di tutta evidenza che in un meccanismo di finanziamento delle prestazioni sanitarie così configurato, le risorse finanziarie destinate alle attività territoriali sanitarie e socio-sanitarie saranno residuali. La netta separazione così configurata tra attività ospedaliera ed attività sanitaria territoriale rischia, infatti, di drenare risorse economiche prevalentemente a vantaggio dell’Azienda ospedaliera le cui prestazioni vengono remunerate attraverso le tariffe per Drg (prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti).

Una scelta che mette cioè in discussione il concreto esercizio dell’attività sanitaria distrettuale e l’operatività degli ambiti sociali e socio-sanitari che, stante così le cose, rimarranno scritti solo sulla carta, con buona pace di quella che è stata presentata come la punta avanzata del welfare sociale lucano.

Noi riteniamo invece che l’azienda ospedaliera San Carlo debba preservare il suo ruolo di “eccellenza” nelle prestazioni sanitarie, che passa anche attraverso la realizzazione degli in rivestimenti già programmati per la riabilitazione di alta specializzazione di Pescopagano affinché possa diventare davvero un centro di riferimento per il sud. Perché ciò avvenga bisogna evitare l’aggregazione con le altre strutture ospedaliere territoriali da attribuire, invece, alla gestione diretta dell’Asp. Questo consentirebbe, infatti, di far rientrare la relativa spesa nella cd. quota capitaria ponderata e di tenere maggiormente sotto controllo la dinamica della spesa sanitaria con la possibilità di poter meglio esercitare un’azione di programmazione dell’attività sanitaria territoriale. Siamo convinti che si debba puntare ad una riqualificazione verso l’alto delle attività, attraverso, ad esempio, una più stretta sinergia con il Crob di Rionero, qualificando in tal modo tutta la sanità regionale. Un polo sanitario d’eccellenza può svolgere un ruolo attrattivo anche rispetto alla domanda di salute extra regionale con effetti diretti sull’incremento degli indici di mobilità attiva.

La razionalizzazione e l’adeguamento del servizio sanitario non passa solo per una rivisitazione di ruolo e funzione degli ospedali per acuti, ma necessita di un contestuale ripensamento e definitivo potenziamento delle attività sanitarie diffuse sul territorio, in termini di prestazioni specialistiche ambulatoriali, assistenziali, domiciliari, riabilitative e di integrazione sociale. Un’azione di riordino e di rifunzionalizzazione della spesa necessita di una ridefinizione del modello unico di gestione dell’offerta dei servizi sanitari che noi riteniamo possa realizzarsi attraverso la costituzione di un’azienda Sanitaria territoriale unica regionale .

La sanità non può essere subordinata alla mera ragioneria, e i bisogni di salute non possono essere soddisfatti nei limiti della sostenibilità economica: occorre una decisa inversione di prospettiva nella quale produrre più salute significhi produrre maggiore utilità per un paese e per la nostra regione. Come Cgil siamo pronti a raccogliere la sfida di disegnare una nuova sanità per questa regione, a salvaguardia dei diritti di salute dei cittadini lucani e per farlo non abbiamo bisogno di cambiare affinché tutto rimanga come è.

 

Potenza, 14 ottobre 2016

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